22/02/2012

Conferenza Programmatica Provinciale -Guastalla il 23 Ottobre 2011-

 

Relazioni svolte in occasione

della prima parte della

Conferenza Programmatica Provinciale svoltasi a Guastalla il 23 Ottobre 2011

Indice:

pag. 3             Intervento introduttivo di Gianluca Soliani, Segretario Provinciale PSI Reggio Emilia

 pag. 5             “Idee socialiste”, relazione introduttiva di Mauro Del Bue, Assessore Comune di Reggio Emilia, Segreteria Nazionale PSI

 pag. 11           “Finanza Pubblica, buone pratiche di gestione a fronte di politiche centrali impositive”, intervento di Roberto Bertani, Assessore Comune di Cavriago

 pag. 14           Intervento di Lorenzo De Medici, Assessore Comune di Quattro Castella

 pag. 16           Intervento di Matteo Franzoni, Segretario Provinciale FGS Reggio Emilia

 pag: 17           Intervento di Alfredo Gennari, Assessore Provincia di Reggio Emilia

 pag. 21           Intervento di Rita Moriconi, Consigliere Regionale

 pag. 23           “ I socialisti per la difesa dello stato sociale ed un effettivo federalismo fiscale”, intervento di Roberto Pierfederici, Consigliere Comunale Reggio Emilia

 pag. 25           “Un più forte impegno dei socialisti per lo sport in Emilia Romagna”, intervento di William Reverberi, presidente CONI Emilia Romagna

 pag. 27           “Scuola e formazione: dialogo in corso”, intervento di Emanuela Rocco, direttore Centro Formazione Professionale A. Simonini

 pag. 29           Intervento di Giuseppe Rossi


Intervento Introduttivo di

> Gianluca Soliani Segretario Provinciale PSI Reggio Emilia

 

Con l'odierna conferenza/seminario viene avviato un percorso che dovrà condurre il Partito Socialista, nella Ns. Provincia, a prepararsi per le prossime sfide elettorali; segnatamente, per le elezioni amministrative del 2014, che ne costituiscono il principale banco di prova.

La Conferenza si articolerà in un rilevante numero di contributi, costituiti, principalmente, da analisi e proposte in ordine alle problematiche sociali, politiche ed istituzionali presenti nella Ns. Provincia, in buona parte comuni all'intero territorio nazionale.

Confido che tali contributi possano fornire spunti di elaborazione per altri livelli del Partito.

Il lavoro che ci accingiamo a produrre si connetterà con le assemblee di Partito previste, a breve, ai livelli regionale nazionale.

Oggi prenderanno la parola Compagni che ricoprono cariche amministrative di maggiore rilievo (così considerate in ragione dell'importanza dei rispettivi Enti di appartenenza), nonché dirigenti della Federazione e altri esponenti del Partito esperti in specifiche materie.

L'insieme di tali compagni non esaurisce i talenti e le competenze di cui la  Federazione di Reggio Emilia dispone; in seguito, ad altri compagni non meno bravi e meritevoli di ascolto verranno date analoghe possibilità di espressione.

E' bene anche precisare che i ridetti contributi non saranno automaticamente assunti come linee del Partito; gli stessi dovranno superare il vaglio di un dibattito tra tutti gli iscritti, che avrà  luogo prossimamente.

Immagino che una tappa decisiva di tale percorso possa essere localizzata a Reggio Emilia e coinvolgere anche personalità della cultura, dell'impresa, del sindacato che, seppure esterne al Partito, siano in sintonia con i suoi ideali.

I contributi all'odierna conferenza sono stati predisposti per iscritto, e ciò non solo perchè siano compiutamente recepiti, ma anche per essere divulgati (a mezzo  prevalentemente telematico) al più ampio numero possibile di iscritti e simpatizzanti, onde, in occasione dei prossimi appuntamenti, la discussione possa essere più approfondita e proficua, anche in chiave di critica e di integrazione.

Si tratta di riflettere e confrontarsi anche e soprattutto su tematiche in ordine alle quali il Partito non ha, allo stato, posizioni compiutamente elaborate e definitive. Penso, ad esempio, alla discussione intorno ad un nuovo rapporto tra pubblico e privato, con riferimento, in particolare, ai sistemi scolastico, sanitario, socio assistenziale, nonché, più in generale, alla gestione dei servizi di pubblica utilità.

Si è fatta via via strada l'opinione che la gestione dei servizi, in tali ambiti, da parte dei privati garantisca maggiori efficienza ed economicità e che sia, perciò, da espandere, onde meglio soddisfare le domande dei cittadini e sgravare lo Stato e gli Enti locali da costi sempre più onerosi.

Il Partito deve saper esprimere un punto di vista originale ed equilibrato, alieno da semplificazioni.

A mio parere, lo è quello secondo cui il welfare può essere sì riformato (anche a scapito di alcuni benefici non più compatibili con le attuali e future risorse economiche pubbliche), ma non devastato nell'impianto consolidatosi in decenni di conquiste sociali, che hanno garantito i ceti più deboli, favorendone l'emancipazione. In questa chiave, ad esempio, lo Stato dovrà finanziare essenzialmente la scuola e la sanità pubbliche, contribuendo all'esistenza dei soggetti privati soltanto laddove l'offerta pubblica non sia in grado, oggettivamente, di soddisfare l'intera domanda dei cittadini.

Altro tema rispetto al quale i Socialisti dovranno proporsi con originalità ed in autonomia è quello della perdita di autorevolezza della politica. Assistiamo ad un crescente disprezzo per la politica e per coloro che la praticano, la prima vista come insieme di funzioni sovrabbondanti rispetto alle esigenze dei cittadini, ed assai dispendiosa, i secondi ritenuti, per lo più, dei parassiti. Stretti in tale augusta ottica, si dimentica che i costi della politica sono per lo più da considerare quali costi  della democrazia e che i tanti eletti per svolgere funzioni di rappresentanza e di gestione della cosa pubblica vanno visti non come una casta, ma in quanto espressione del principio della sovranità popolare.

Sarebbe un grave errore, ad esempio, se si pervenisse a condividere la richiesta di soppressione delle province semplicemente come misura che riduca il numero dei rappresentanti politici e concorra al risanamento dei conti dello Stato, trascurando il fatto che la spesa per il funzionamento di tali enti rappresenta soltanto l'1,5% di tutta la spesa pubblica e che essa è destinata, in assoluta prevalenza, alla manutenzione di strade, alla messa in sicurezza degli edifici scolastici, alla difesa del suolo, ai corsi di formazione professionale e ad altri interventi di fondamentale utilità pubblica. L'eventuale superamento delle province andrà considerato, eventualmente, in un'ottica di definizione di una articolazione istituzionale che renda più efficiente e efficace la gestione delle loro attuali competenze, nella consapevolezza che ciò (tanto più ove si convenga di assegnare, in tutto o in parte, tali competenze ad altri enti, intermedi tra regioni e comuni) non necessariamente comporterebbe sensibili risparmi di spesa.

Più in generale, come socialisti, dobbiamo costituire una componente originale della sinistra, che abbia i suoi punti di forza nella ragionevolezza, nell'obiettività, nella propositività, nel senso di responsabilità, coniugati ad autonomia e fermezza,  che mantenga l'impronta di partito identitario, dotato di profondo senso delle istituzioni, che non tema l'isolamento a causa della coerenza ai propri principi (che, ad esempio, in una circostanza come quella, recente, dell'ennesima fiducia richiesta dal Governo, si comporti così come ha fatto la pattuglia radicale: manifestando la sfiducia in aula, nel rispetto dell'istituzione parlamentare).

L'elaborazione e la divulgazione delle linee di governo del nostro territorio che, come dicevo, da questa Conferenza riceveranno un primo, fondamentale impulso, dovranno accompagnarsi ad una intensa attività organizzativa volta all'estensione della presenza del Partito.

La Federazione ha già assunto, tra i suoi principali obiettivi, quello di promuovere, in tutti i Comuni nei quali il Partito è organizzativamente assente o quasi, la costituzione di Sezioni o, almeno, di nuclei di compagni che siano in grado di rappresentarlo nei confronti sia dell'elettorato, che delle altre forze politiche ed istituzionali.

E' stato stabilito che, nei comuni nei quali non risulterà subito possibile dar vita ad una Sezione, intesa ai sensi di Statuto, o, comunque, a un gruppo di Compagni che costituisca una sufficiente massa critica, i poteri di rappresentanza del Partito verranno conferiti dalla Federazione Provinciale. Ovviamente, nei comuni nei quali si costituiranno Sezioni o, quantomeno, aggregazioni di Compagni sufficientemente partecipate, i rappresentanti del Partito (segretari o coordinatori) continueranno ad essere democraticamente eletti.

Allorquando, almeno nella maggior parte dei Comuni, risulteranno costituite rappresentanze del Partito, si darà vita ad un organismo che le raggrupperà, da convocarsi, quando opportuno, sia per finalità consultive, sia per meglio coordinare l'attività del Partito e le strategie elettorali su tutto il territorio provinciale, ferma restando l'autonomia delle Sezioni validamente costituite in ordine alle alleanze elettorali in ambito locale.

Come stabilito nel Congresso Organizzativo dell'ottobre 2010 e all'ultimo Consiglio Direttivo del 25/07/2011, la Federazione dovrà porre in essere le più opportune iniziative per inserire nel Partito, ai vali livelli, il maggior numero possibile di giovani. La Federazione si è già impegnata in tal senso, tanto che un primo risultato è stato raggiunto col rilancio della Federazione giovanile socialista, composta da compagni che stanno mostrando acume politico ed  una apprezzabile vitalità. Nostro compito è fornire stimoli a coloro che manifesteranno disponibilità ed attitudini, con l'attribuzione di significativi ruoli nel Partito, specialmente in quei Comuni nei quali debba esserne ricostruita la presenza organizzata, e con  l'inserimento nelle liste elettorali. E' già stato deliberato, peraltro, di cooptare  un congruo numero di giovani nel Direttivo Provinciale in qualità di soggetti invitati con diritto di parola.

Facciamo questo per passione. Saremo gratificati da tutto ciò che sapremo ottenere in termini di crescita del Partito e, con essa, dell'affermazione degli ideali ai quali molti di noi hanno dedicato una lunga militanza, senza essersi mai persi d'animo di fronte alle difficoltà e alle amarezze, assai frequenti negli ultimi vent'anni.

La crescita del Partito significa anche superamento delle divisioni che hanno lacerato i socialisti. Sono convinto che un passo decisivo per la riunificazione dei socialisti possa compiersi ove l'adesione ad un unico Partito venga diffusamente ritenuta come priorità, allo stato, rispetto alla condivisione o meno di una contingente linea politica, posto che una linea politica o l'altra, se il Partito sia poco o per niente incisivo, avrebbe comunque scarso significato dal punto di vista dell'affermazione dei nostri ideali. Ferma restando la necessità che le decisioni strategiche vengano assunte attraverso il coinvolgimento degli  iscritti e a seguito di un ampio dibattito a confronto.

Nei giorni scorsi ho ricevuto una lettera di un Compagno, il quale, impossibilitato ad essere presente, ha voluto dare un suo personale contributo ai lavori acconsentendo che io richiami alcuni passi della missiva stessa. Il suo pensiero, al riguardo è stato espresso con le seguenti parole: “a nulla serve ed è inutile il mantenimento della divisione e della contrapposizione radicale e ostentata dei socialisti e socialdemocratici italiani che, schierati a destra, al centro o a sinistra, non hanno finora contato niente in questi quasi vent'anni dalla fine del vero Psi di Bettino Craxi e niente continueranno a contare e a significare in avvenire, (ove) incapaci di farsi sentire con la loro autonoma voce, (e se) succubi invece da sudditanze “carismatiche”, indegne del loro nobile passato. Ho accettato due mesi fa, il tuo invito ad aderire al Psi solo sulla base dell'autonomia del socialismo e socialdemocrazia e della ricerca di una riunificazione di tutti i socialisti”.

Ebbene, a tutti i socialisti di quella che è stata indicata come una diaspora, a coloro che non hanno vissuto i momenti drammatici della dissoluzione dell'unità dei socialisti (appartenendo a nuove generazioni) e che sono sensibili agli ideali di libertà e giustizia sociale che costituiscono il fulcro dell'esistenza del Movimento socialista democratico e liberale in Europa, agli uni e agli altri, dunque, a prescindere dalle diverse visioni tattiche e preferenze in materia di alleanze politiche e di schieramenti elettorali, dico: è venuto il momento di riunirci (i socialisti coi socialisti: riecheggia ancora lo slogan di un grande dirigente del passato).

La casa comune c'è già, può e deve essere migliorata, irrobustita, ma c'è già.

Si chiama, ancora, Partito Socialista Italiano.

 

 

 “Idee socialiste”

relazione introduttiva di:

>Mauro Del Bue, Assessore Comune di Reggio, Segreteria Nazionale PSI

 

La mia relazione si divide in due parti.

La prima è tesa a rispondere alla domanda “Quali dovrebbero essere alcuni punti programmatici del Psi a livello nazionale” e tenterò di proporre tre argomenti alla nostra riflessione, già peraltro anticipati nel mio intervento al seminario del Psi svolto a Roma qualche settimana orsono.

Nella seconda parte cercherò di rispondere al bisogno di caratterizzazione dell’azione socialista nel territorio locale, puntando soprattutto sul ruolo tutt’altro che marginale, che i socialisti svolgono nelle pubbliche amministrazioni della provincia.

Parto dalla prima risposta e la suddivido in tre ordini di argomenti. Il primo (e secondo me il più importante e in larga misura anche condizionante gli altri due) riguarda quella che definirei “l’ambiguità della seconda Repubblica”. E’ talmente ambigua che non è mai nata. Cioè noi parliamo di seconda Repubblica, ma abbiamo la stessa costituzione della prima, salvo qualche recente modifica (il titolo V della Costituzione, che peraltro non ha certo migliorato e chiarito i rapporti tra Regioni e Stato centrale). Al fondo di tutto, in questo diciottesimo anno di improduttivo e dannoso trapasso dalla repubblica dei partiti a quello delle èlites, ci sta il dilemma che a giudizio di Rino Formica condiziona tutti i problemi italiani: e cioè un rapporto mai chiarito tra forma parlamentare e forma presidenziale. Formica è uomo intelligente e fantasioso, a volte un po’ unilaterale, secondo me. E’evidente infatti che questo dilemma non condiziona tutto, ma tuttavia condiziona molti problemi di ordine politico e anche economico del nostro Paese, convinti come siamo (lo scrisse Craxi già nel 1979 e fu scandalo) che le istituzioni non siano una sovrastruttura, ma che oggi anzi siano un potere condizionante l’assetto non solo politico ma anche economico di una società. L’unica variazione nella repubblica inaugurata dai magistrati milanesi, ma in realtà originata dalla caduta del muro di Berlino e dalle mancate risposte della classe politica italiana in termini di rinnovamento del sistema politico, è stata la legge elettorale. E sia il Mattarellum e sia il successivo Porcellum hanno introdotto un sistema di votazione in base al quale l’elettorato pare chiamato a decidere non solo l’elezione dei deputati e dei senatori, che in realtà non decide né col Mattarellum né col Porcellum, ma la composizione di una maggioranza di governo e soprattutto l’elezione di un premier. Solo che la Costituzione su questo punto non è mai stata cambiata e gli elettori non sono affatto tenuti a decidere l’affermazione di un governo e tanto meno l’elezione di un premier. E’ il presidente della Repubblica che dà il mandato di formare un governo, dopo essersi accertato dell’esistenza di una maggioranza parlamentare. Così abbiamo vissuto per diciotto anni questa palese contraddizione, l’ambiguità di fondo della seconda Repubblica mai nata. E ora dovremmo riflettere sulle motivazioni che hanno spinto i protagonisti di questa fase a ignorare il problema. Ad accantonarlo, come del resto accantonati sono stati i grandi problemi di riforma del nostro tempo. A me francamente non viene in mente una sola riforma rilevante di questi diciotto anni, forse l’entrata nell’euro, un’operazione neppure tanto avveduta per le conseguenze che ci ha portato anche nella tazzina del caffè, mentre mi vengono alla mente tante riforme del primo centro sinistra: la scuola media unica e dell’obbligo, la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la riforma dei patti agrari, l’abolizione della mezzadria, lo statuto dei lavoratori, la riforma sanitaria, le regioni eccetera, eccetera, eccetera.

E questo anche per le contraddizioni del nostro bipolarismo sul quale brevemente mi soffermerò più avanti. L’ambiguità della seconda Repubblica mai nata consente così a Berlusconi di affermare d’essere stato eletto dal popolo (ed è vero in qualche misura che l’elettorato ha votato pro o contro Berlusconi, pro o contro Veltroni) e nello stesso tempo al presidente della Repubblica di ricordare che la Costituzione non prevede tale funzione e che è compito suo affidare a qualcuno il mandato di formare un governo, qualcuno che potrebbe benissimo dunque oggi non essere più Berlusconi, ma chiunque sia in condizione di creare una maggioranza parlamentare, anche a prescindere dall’esito delle elezioni, come del resto già è avvenuto più volte nel nostro paese: nel 1994, quando Scalfaro affidò l’incarico a Dini, nel 1998, quando Ciampi lo affidò a D’Alema e nel 2000 quando lo affidò ad Amato. Senza per questo venir meno a un preciso dovere istituzionale e costituzionale. La verità è che la Repubblica dei partiti non ha avuto successori, se non quella delle èlites. Si sono affermate sempre di più le personalità singole e non le formazioni politiche collettive e oggi, su questo Bersani ha ragione, ne paghiamo il prezzo. Resta naturalmente da capire perché il partito di Bersani abbia accettato, anzi perseguito, una riforma americana della politica italiana e non una riforma europea. Ma anche su questo vorrei dire qualcosa più oltre. Il berlusconismo non è stato solo un fenomeno di destra, ma ha fatto breccia anche a sinistra. Tanto che la leadership è diventata assai più importante del contenitore e del contenuto politico. Ma la Repubblica delle èlites è arrivata al punto dell’individuazione di un leader che si sostituisce al popolo. Altro che craxismo, che pure era fenomeno che puntava  sul carisma del capo, ma all’interno di un contenitore-partito, di un programma collegialmente elaborato e con leggi elettorali che impedivano al capo di scegliere gli eletti. Sia col Mattarellum, che oggi un incauto referendum vorrebbe ripristinare, sia col Porcellum, sono i leader politici che scelgono i deputati e senatori, non il popolo. La democrazia dei partiti era divenuta assai discutibile e le elezioni forse troppo costose, ma la democrazia della Repubblica delle èlites è inesistente e si affermano non già classi dirigenti popolari, ma classi dirigenti emanazione dei capi. Quindi èlites politiche senza delega del popolo e tenuti per questo al vincolo di fedeltà col capo. Un capo che si sostituisce al popolo e al quale si dove riconoscenza e fedeltà da parte delle èlites. Che poi tanto fedeli manco lo sono. Generalmente si ammette qua e là ormai tutto questo, anche se a denti stretti, ma si aggiunge che il bambino da salvare nell’acqua sporca sarebbe il bipolarismo. Finalmente l’Italia avrebbe avuto in questi diciotto anni un’alternativa di governo. Commento che si tratta più che di un’alternativa, di un ricambio automatico del governo che in Italia avviene in ogni consultazione politica dove ha sempre vinto l’opposizione: Prodi contro Berlusconi nel 1996, Berlusconi contro Rutelli nel 2001, Prodi contro Berlusconi nel 2006, Berlusconi contro Veltroni nel 2008. A proposito, ha ragione Ugo Intini quando ricorda che in Europa cambiano le classi dirigenti e in Italia cambiano solo i nomi dei partiti. Se il bipolarismo non ha nulla di europeo, che non sia questo il motivo del suo mancato funzionamento? Il bipolarismo nostrano non é fondato da un lato su una forza d’ispirazione socialista e dall’altro su una forza d’ispirazione democristiana o conservatrice, ma da coalizioni di partiti medio-piccoli, messi insieme solo per vincere e poi generalmente incapaci di governare.

Questo è vero non solo perché l’elettorato ha sempre dichiarato la sfiducia alla stessa maggioranza che pochi anni prima aveva premiato col voto, ma anche perché quasi nessun governo ha saputo reggere per l’intera legislatura. Il bipolarismo all’italiana è la causa di questa difficile e forse impossibile governabilità dell’Italia, perché costringe forze eterogenee a coalizzarsi solo per vincere, ma non esprime poi capacità e omogeneità nel governare. Oltre tutto il bipolarismo nega le buone ragioni altrui, tende sempre a visioni unilaterali della politica, che mai come in questo momento rappresentano lenti deformanti la realtà. Facciamo un esempio. Nella repubblica delle élites, in vigore da 1994, sono prepotentemente entrati in campo due (non solo uno) conflitti d’interesse. L’uno è quello dei magistrati che fanno politica, e che vogliono pesantemente introdursi sulla scena per tentare di cambiare maggioranze e governi, l’altro è quello di Berlusconi che mette insieme potere politico e potere dell’informazione.

Si può anche sostenere che il conflitto d’interessi di Berlusconi è stato messo in campo per combattere il conflitto d’interessi della magistratura. E’ vero, ma sono passati appunto diciotto anni. E l’Italia è ancora alle prese col duplice conflitto. La sinistra ne ha visto uno solo, quello di Berlusconi, anche se poi non ha neppure voluto risolverlo con una legge, così come la destra ne ha visto uno solo, quello dei magistrati, senza però fare mai la riforma della giustizia. Noi dobbiamo vederli tutti e due. E su questo costruire la nostra autonoma iniziativa che è sarà solo nostra e forse, con noi, anche dei radicali. In nome dei principi di verità e di libertà. Dunque sulle ambiguità della seconda Repubblica mai nata, della Repubblica delle èlites, io consiglierei di alzare il tiro e di proporre un referendum consultivo sulla forma di Repubblica che, come del resto abbiamo in tante occasioni sollecitato, dia seguito a una vera e propria Costituente per scrivere un nuovo dettato costituzionale. Vedete, cari compagni, se noi siamo qui, diceva una bella canzone di Cocciante, ci sarà un perchè. Se ancora non abbiamo alzato le nostre tende, quello d’un villaggio più volte bombardato, se ancora ci nutriamo del gusto della politica sia pur nella semiclandestinità, e lo dico per i non più giovani, io penso che il motivo sia duplice. Da un lato perchè vogliamo affermare la bontà di tante scelte politiche del nostro passato, molte delle quali oggi ritornano puntualmente di moda, ma anche perché ci consideriamo un seme gettato nel futuro, un’occasione per cambiare il sistema e per tornare alla storia d’Italia e al presente d’Europa. E questa ormai non è più solo un’esigenza nostra, ma è da tempo un bisogno della politica italiana ed è divenuta, dopo la crisi finanziaria, anche una necessità del nostro Paese. Se tutto ormai porta infatti a ritenere che l’Europa non debba più essere solo una moneta, ma anche una politica, allora il gioco è fatto. O almeno dovrebbe essere fatto. Che senso ha mantenere un sistema politico italiano avulso da quello europeo, anomalo e figlio naturale della vecchia anomalia italiana? Quella dominata da un fattore K (la presenza del più forte partito comunista d’occidente) che determinava l’alternativa impossibile, l’inamovibilità dal governo di un partito, la Dc. Unico caso in Europa. E così oggi la vecchia anomalia ne ha partorito una nuova: cioè la contrapposizione tra un partito azienda come quello di Berlusconi e un Partito democratico che non esiste in nessun’altra parte d’Europa. Quest’ultimo, alleato con un partito di destra dalle manette facili come quello di Di Pietro e con un partito costituito da ex rifondaroli e da “non so”, come quello di Vendola, il primo alleato a una forza politica sempre a metà tra secessionismo e federalismo, come la Lega, che non l’accomuna ad alcun altro partito popolare europeo. Referendum, costituente, lotta contro i due conflitti d’interesse, ritorno alle identità dell’Italia che sono le identità di oggi e di domani dell’Europa politica, queste le indicazioni che ho dato e che mi sento in dovere di continuare a dare al partito nazionale. Un secondo argomento riguarda la conseguenze della crisi economico-finanziaria che ha investito il mondo, l’Europa, l’Italia. Attorno a questa crisi ha ripreso vita un movimento, che non so quanto consistente, che sostiene l’inevitabilità del tramonto del sistema capitalistico. Da un’altra parte c’è invece chi insiste sulla immutabilità di una forma di libero mercato, anche finanziario e di piena acquiescenza alle sue regole, demonizzando la spesa pubblica e qualsiasi ruolo dello Stato nell’economia. Mi paiono entrambe posizioni sbagliate. La prima perché confonde la crisi col tramonto. E troppe volte il movimento operaio ha scambiato le due cose e si è trovato senza tramonto e lui stesso in crisi, mentre altre volte ha schiacciato il piede sull’acceleratore costruendo modelli più oppressivi di quelli precedenti. Molti hanno attinto dalla crisi l’idea del superamento di quello che noi definiamo socialismo liberale, penso alle posizioni del vecchio Psi, poi di Tony Blair, e di qualche altro leader europeo. Ormai ci sarebbe un conflitto insanabile tra socialismo e liberalismo, dunque. Cioè occorrerebbe definire una presenza assai più costante dello stato nell’economia e non una più massiccia presenza d’una società solidale. Per alcuni fino al punto di sfidare i vincoli sul debito, anzi ritenendolo un falso problema, e per altri ancora fino al punto di auspicare per il nostro paese il fallimento. Una sorta di rivincita, dunque, dal fallimento politico passato. Io penso invece che la crisi debba azzerare molte convinzioni tranne una. E cioè che la democrazia vada mantenuta e che il libero mercato non vada distrutto (non si sa poi con quale modello sostituito), ma che vada tuttavia rigorosamente regolamentato a fini di difesa e affermazione della giustizia sociale e non dell’egoismo privato. Molte certezze tuttavia vanno azzerate. E la prima è che i problemi si possano risolvere all’interno dei singoli Stati. Ormai è evidente che così facendo falliscono tutti i tentativi in atto. E così, come in Italia sta fallendo il berlusconismo, non si trova certo a miglior partito il governo socialista in Grecia, mentre Zapatero è stato indotto a dimettersi da premier spagnolo facendo così, come ha ricordato l’allusivo Tremonti, rialzare la borsa. Non esistono più ricette nazionali. Anche se esistono origini nazionali di alcuni problemi. Io penso ad esempio che per ciò che riguarda le giovani generazioni in Italia vi siano stati gravi e colpevoli ritardi ed errori non solo a destra, ma anche a sinistra. E che l’eliminazione dello scalone previdenziale decisa dal governo Prodi, e che ha comportato una spesa di circa 10 miliardi di euro per fare andare un pò più presto la gente in pensione, mentre i precari erano praticamente privi di protezione sociale, sia stato un errore davvero storico. Naturalmente, come avviene in ogni crisi (alla fine di due secoli e fa e all’inizio di quello appena finito, nel primo e nel secondo dopoguerra, nel sessantotto, nel settantasette, e anche adesso) le giovani generazioni si propongono sempre il solito problema che ogni volta pare risolto ed evidentemente non lo è mai. E cioè se la società possa essere cambiata democraticamente o con la violenza. Bisogna che i socialisti spieghino ai giovani una verità molto semplice e cioè che la violenza non solo è moralmente ripugnante in una società che non neghi le libertà fondamentali, ma che è anche controproducente perchè trasforma le ragioni in torti. Vedasi il corteo di Roma di sabato scorso. Dove però, oltre a episodi sconvolgenti e deprecabili di teppismo organizzato, si è riscontrato anche un tasso elevato di settarismo e di stupidismo, come quando è stato aggredito Marco Pannella a suon di insulti e di sputi in faccia o quando si lanciano parole d’ordine quali “non paghiamo i debiti” o “vogliamo il default”. Io penso che in generale, sul piano delle ragioni, la protesta dei giovani sia giusta. Abbiamo costruito una società all’incontrario, più in Italia che altrove, dove sono i vecchi a dovere mantenere i più giovani e penso che questa società vada riequilibrata nell’ottica di quel patto tra le generazioni del quale parlava Claudio Martelli già agli inizi degli anni novanta. Ma mi chiedo: di questo sono consapevoli oggi le tendenze conservatrici presenti anche nella sinistra italiana, e penso a settori di Sel e dello stesso Pd, ma soprattutto alla Fiom e alla Cgil che hanno nei pensionati, e non certo nei giovani disoccupati, la loro base politica ed elettorale? Il tentativo di rinnovamento è molto difficile anche a causa di corporazioni che tuttora esistono e sono assai potenti. Io penso che i socialisti abbiano fatto bene ad esporsi sul sì al referendum su Mirafiori come a quello su Pomigliano, perchè il primo diritto, caro “compagno” Landini, per un lavoratore, è quello di mantenere il lavoro, poi vengono tutti gli altri, che pure vanno difesi. Non sono per magnificare Marchionne, come ha fatto il sindaco rottamatore di Firenze, ma non sono neanche per demonizzare chi intende portare lavoro e reddito agli italiani, anche se avrei preferito lo avesse fatto senza pretendere discutibili contropartite dagli operai. Sulla crisi avanzo le seguenti proposte di iniziativa. Farsi promotori di una idea europea della politica economica. Possibile che la Bce sia l’ente che detta le manovre all’Italia, che addirittura ne precisa i contenuti specifici e anche le forme di adozione? Possibile che non esista una istituzione politica europea che elabori, diffonda e coordini i programmi economici dei vari paesi? Poi rilancerei sulla crisi le proposte dei socialisti europei e cioè la necessità di por mano a profonde revisioni di regole nel mercato finanziario, per evitare che le speculazioni prevalgano e che interi paesi siano sottomessi all’uso indiscriminato della borsa. Occorre appoggiare e diffondere a tutti i punti discussi e approvati dai meeting dei leader socialisti europei e che saranno al centro della convenzione del Pse di fine novembre: la necessità di tassazione delle transazioni finanziarie, la emanazione degli eurobond, la proposta di abbinare sempre ai patti di stabilità quelli per la crescita e l’occupazione. E sul piano politico nazionale credo alla validità della proposta di un governo di unità nazionale per uno sforzo congiunto teso ad affrontare la crisi anche con misure impopolari (vedasi la questione previdenziale) e che non possono essere strumentalizzate dalle opposizioni. Dunque il governo di responsabilità per evitare che ci siano irresponsabili, per evitare che chi governa tema chi si oppone, questo a mio parere è il principale significato e la più convincente motivazione di una soluzione del genere. Lo chiamerei governo di emergenza, come quello degli anni settanta, e penso che sarebbe utile anche dopo le elezioni del 2012 o del 2013. Almeno nella forma della grande coalizione di una sinistra che contrae una solida alleanza col centro e anche con forze diverse, quella maggioranza del 60 e più per cento della quale parla D’Alema, solo che il timore è che prevalga la logica di Vasto e che la triade Bersani, Di Pietro e Vendola sia l’unica ricetta praticabile. Dico subito che questa soluzione rappresenterebbe gravi rischi per il risultato finale e credo anche non sia neppure in condizione di governare l’Italia. Si dirà che dipende da Casini, ma un conto è una sinistra riformista che stabilisce un preventivo accordo col centro e poi si allarga ad altre forze, altro conto è una sinistra riformista che si allea preventivamente con una sinistra massimalista e con una forza giustizialista e poi chiede al centro di montare sul carro. Per quanto ci riguarda credo che, anche alla luce della tornata elettorale del Molise (col Psi che sfiora il 5%) ma anche a seguito dei sondaggi elettorali che ci vedono sempre ben al di là dell’1% del 2008, noi dobbiamo seriamente considerare, qualora si voti nel 2012 con questa legge elettorale, la possibilità della presentazione di una lista socialista o liberalsocialista, che potrebbe consentirci non solo di eleggere dei parlamentari, ma di eleggere dei parlamentari del Psi. Per ultimo, in breve, anzi in brevissimo tempo, il tema della laicità. Che riassumo in uno slogan. La lavoriamo per una Todi dei liberali e dei socialisti. Ammiro la Chiesa perché è un’istituzione ultramillenaria che continua a manifestare tutta la sua vitalità. Noi non abbiamo dietro alcuna Chiesa, anzi ne rifiutiamo l’esistenza, almeno come ente di promozione e di indicazione politica. Però avremmo bisogno di un luogo in cui la cultura laica si facesse vedere ancora, come ieri quando con la forza e la voglia di libertà di tanti cittadini presero piede le formidabili battaglie socialiste e radicali sul divorzio, sull’aborto e sull’obiezione di coscienza e anche sul fine vita che portano tutte il nome del nostro caro compagno Loris Fortuna. Oggi occorre rinverdire quel clima rilanciando le tante battaglie che ancora ci attendono per fare diventare l’Italia un paese europeo, e senza cedere su questo all’idea che una Chiesa antiberlusconiana possa essere di per sé più progressista di una Chiesa berlusconiana e meriti dunque uno sconto particolare. La cultura laica è stata purtroppo la più colpita in questi diciotto anni di seconda Repubblica mai nata. Anche Di Pietro oggi svela la sua vera natura quando inneggia a una sorta di nuova legge Reale, che certo non era il male assoluto nel 1975, ma che oggi avrebbe solo la conseguenza di detenere dei sospetti per 48 ore senza chiedere alcuna autorizzazione all’autorità giudiziaria, quando il vero problema è semmai quello di individuare i sospetti visto che non si trovano mai neppure quelli. E vengo altrettanto brevemente a tre temi di carattere più specificatamente locale. Partiamo dal presupposto che il Psi reggiano è un partito ben rappresentato nelle istituzioni: un consigliere comunale a Reggio, altri venti, tra consiglieri e assessori in giro per la provincia, un assessore nel comune capoluogo, un altro in provincia e perfino un consigliere regionale. Siamo ben presenti contrariamente al partito nazionale sulla stampa e nelle televisioni locali con interviste, proposte, idee. Innanzitutto proporrei che la consulta degli amministratori che abbiamo costituito recentemente si desse un calendario di incontri periodici, magari su temi specifici, ad esempio sui bilanci, sulla politica del welfare, sul rapporto tra pubblico e privato nei servizi. Partirei da un’analisi sulla crisi della democrazia anche negli enti locali, che dovremmo avere la capacità di denunciare anche se a volte può capitare che essa ci premi. Non esistono solo i parlamentari nominati, esistono anche gli assessori nominati, semplici delegati del sindaco, e i consigli comunali senza poteri che si svolgono generalmente per semplici interpellanze e mozioni, esistono i consiglieri nominati nei listini o attraverso i premi di maggioranza o attraverso, come in Toscana, le liste bloccate. Se faccio due conti vien fuori questa sorta di democrazia italiana: il Parlamento è nominato e non eletto (adesso tutti i partiti lo vogliono più che dimezzare e chi la spara più grossa pensa d’essere applaudito di più: con un solo parlamentare la spesa sarebbe infinitamente bassa, del resto), i consigli regionali sono in parte nominati e non eletti, le giunte sono nominate e non rappresentano come un tempo i consigli, ma solo i sindaci e i presidenti, fra poco non ci saranno più le circoscrizioni nelle città inferiori ai 200mila abitanti, quindi anche a Reggio e, secondo il piano del governo, non ci saranno più neanche le provincie e posso anche essere d’accordo. Si parla però tanto del costo delle istituzioni, ma non si parla mai del taglio alla democrazia. Ma esiste una democrazia rappresentativa in Italia? A quei giovani che urlano contro la politica e contro il Parlamento e non solo contro il governo, ma cosa rispondiamo, con quale modello, con quale esempio, con quale riforma? Esiste un sistema misto, ma in parte precipua senza scelte del popolo. Una sorta di nomenclatura che si autoriproduce, e una nuova generazione politica che anzichè chiedere di cambiare le regole, chiede di far parte della nomenclatura e di sostituire la vecchia. Se un sindaco come quello di Bologna, sceglie un rapporto diciamo un pò berlusconiano con una sua dipendente, allora è costretto a dimettersi lui e salta conseguentemente l’intero Consiglio comunale. Cioè, un consigliere eletto dopo una dura campagna elettorale a suon di preferenze e magari dopo aver speso anche un pò di soldi, si vede privato del suo seggio in Consiglio comunale perché un sindaco va con certa Cinzia Gracchi e mette in conto alla regione qualche dolce vacanza trascorsa insieme. Ma è veramente congruo questo sistema? Penso che si dovrebbe cambiare. E magari introdurre la norma secondo la quale il Consiglio comunale non è chiamato a dimettersi se muore o si dimette il sindaco, ma solo se non esiste più una maggioranza in grado di approvare i bilanci. Nel primo caso si dovrebbe provvedere alla nomina di un sindaco da parte del Consiglio comunale oppure ritornare a votare, ma solo per il sindaco e non per il Consiglio comunale. Idea tutta da approfondire, naturalmente, nelle sue possibilità tecniche. Io semplicemente la segnalo. Secondo argomento: le questioni attinenti il patto di stabilità e il taglio molto pesante praticato agli enti locali. E’ molto facile amministrare coi soldi, difficile, ma assai più gratificante è amministrare senza. Oggi certo dobbiamo protestare per i tagli, che il ministro Tremonti ha voluto verso i comuni in modo generalizzato e lineare, come si dice, senza distinguere quelli virtuosi da quelli viziosi. E certo va contestata questa “pazza idea” secondo la quale, dopo avere bloccato anche gli investimenti e non solo la spesa corrente, i comuni non possano spendere neppure quello che hanno accumulato. E così capita che il Comune di Reggio abbia a disposizione più di 90 milioni di euro senza poterli utilizzare. Da quel che so si tratta di una scelta solo italiana, quella di bloccare le spese, comprese quelle già autorizzate ed erogate ai comuni, nell’intero contesto europeo. Secondo me, però, questa situazione di grave difficoltà non sarà né breve né di facile soluzione. E costringerà chiunque a far fronte al tema dei bisogni con modalità fortemente innovative. Si tratta di operare una vera e propria rivoluzione nel modo di governare e di amministrare. Una volta si certificavano le esigenze di una comunità, si selezionavano, si mettevano in ordine di priorità  e poi i comuni si facevano carico della loro soluzione attraverso nuove spese o investimenti. Oggi non siamo più in condizione di poterlo fare. Anche se i bisogni sono tutt’altro che svaniti, e anzi sono in continuo, progressivo aumento. Personalmente mi ispirerei alla massima: “Governare di più, gestire di meno”, che del resto figura tra i principi fondamentali del programma del Comune di Reggio Emilia. Quel che conta sono i risultati più che la forma delle gestioni e anzi, è ormai provato che le gestioni private a fini sociali, come quelle delle società sportive ad esempio, portano risparmi e dunque benefici. L’ente pubblico non è infatti in condizione di promuovere da solo gestioni manageriali ed è indispensabile che i tecnici del settore entrino in campo per garantire ad un tempo risparmi e anche maggiore qualità. Questo vale per i servizi sportivi, ma potrebbe valere, anche se forse in maniera non così automatica, anche per altri servizi, soprattutto adesso che l’ente locale non ce la fa da solo a garantire risposte a tutti i bisogni. Quando si parla di educazione a Reggio Emilia si parla di un tema caldo. Essai sentito per l’esperienza reggiana, famosa nel mondo, soprattutto per quanto riguarda i servizi dell’infanzia. Però anche in questo settore (nascono meno bambini e dunque forse è meno complicata la risposta) così come in quello degli anziani (che sono invece in netto aumento e così le spese per l’assistenza agli anziani diventa sempre più onerosa) bisogna pensare a una sinergia che metta insieme interventi pubblici e privati e questi ultimi convenzionati col pubblico e in condizione di non attestarsi su vecchie e desuete tendenze privatistiche o confessionali. Supererei dunque il tema della storica contrapposizione tra scuola pubblica e scuola privata. Il problema è la garanzia della scolarizzazione anche dell’infanzia e la qualità delle prestazioni. In generale il nuovo ruolo del privato a fini pubblici si può, nel settore urbanistico, attivare attraverso gli accordi di programma, i Piani di riqualificazione urbana (che definiscono un territorio nel quale insieme pubblico e privato progettano e riqualificano parti di tessuto urbano), nonché i vecchi piani particolareggiati, oggi piani urbanistici attuativi. Anche su questo consiglierei la massima elasticità, senza l’incubo e la fobia ideologica dello scambio per il profitto, cioè del necessario beneficio per i soggetti privati. Senza profitto privato è impossibile infatti ottenere benefici pubblici. Naturalmente emerge un tema di pianificazione generale. Se cioè con gli accordi di programma e i Pru non si stabilisca un contesto territoriale attraverso tanti pezzi e non con una visione armonica. Ma su questo esistono i piani strutturali e i piani operativi (che insieme sostituiscono i vecchi Prg) e che garantiscono la necessaria organicità. Non entro nel merito di una questione puramente cittadina costituita dalla cosiddetta area nord sulla quale si è svolto un convegno da libro dei sogni in technicolor alla sala Malaguzzi circa un anno fa. Mi concentrerei sulle cose da fare più che non sulla filosofia e sulla futurologia. Ad esempio, è una cosa da fare la presentazione di programmi di metà quinquennio e ci siamo. Ogni giunta e ogni assessorato dovrebbe presentare alla popolazione il bilancio delle cose fatte in due e mezzo di lavoro ed essere giudicato anche per questo. Magari attraverso singole iniziative o semplici conferenze stampa. Vengo al terzo e ultimo tema di carattere amministrativo: quello della riforma della pubblica amministrazione. Lo elenco soltanto perché è questione di rilevante importanza e senza il quale rischia di naufragare qualsiasi programma amministrativo. E dunque meriterebbe ben altro approfondimento. Elenco tre ordini di problemi essenziali per rimodularne e rilanciarne l’efficienza. Il primo è quello di una necessaria delegificazione, troppe e troppo spesso inutili e a volte contraddittorie sono le norme alle quali i dirigenti e i funzionari devono sottostare e questo allunga i tempi delle decisioni e allontana i cittadini che vogliono una risposta celere dall’ente locale. Altro che la cartellino-mania del ministro Brunetta, che conta assai poco, visto che si può essere in regola coi cartellini e non fare assolutamente nulla durante l’orario di lavoro. Il secondo riguarda l’esigenza di una maggiore flessibilità o deregolamentazione delle risorse umane ed economiche troppo spesso vincolanti (e anche burocraticamente preservate dalla continua vigilanza sindacale), il terzo è attinente la necessità di introdurre l’uso delle nuove tecnologie, soprattutto informatiche, delle quali ancora i comuni sono carenti. In generale dovremmo dichiarare decisamente chiusa la fase delle sperimentazioni ideologiche stile anni settanta (dalla psichiatria alternativa alla Jervis, alla cultura alternativa alla Pestalozza, alla sanità alternativa alla Livio Montanari eccetera) e anche la fase dei massicci investimenti dei comuni sulle infrastrutture (vedasi gli anni ottanta e novanta, tutti incentrati sulle utilissime tangenziali, gli assi urbani, i micro aeroporti, le fiere ovunque e senza criteri, e adesso l’Associazione industriali chiede addirittura il terzo casello autostradale non si sa di quale utilità) e invece inaugurare la fase fondata sul superamento delle vecchie antinomie culturali, sulla selezione delle priorità, sulla necessità di un’autentica e fattiva collaborazione dei cittadini alla vita delle nostre città. Oggi è il tempo della società solidale e non dello stato sociale. Il tempo dell’esaltazione del ruolo del privato che assolve a una funzione pubblica, è il tempo di pianificazioni realistiche e non millenarie, di selezioni di bisogni reali e non effimeri, di profonde modifiche negli assetti e nelle norme che regolano la vita amministrativa degli enti locali. E’ soprattutto il tempo nel quale bisogna chiedersi “cosa posso fare io per gli altri” e non solo “cosa può fare lo Stato e il Comune per me”. E in questa direzione ci dobbiamo muovere insieme, noi socialisti, che sul valore della giustizia sociale non siamo stati secondi a nessuno. E che da un vecchio omino con la barba bianca, certo Camillo Prampolini nato a Reggio il 27 aprile del 1859 e morto esule e povero a Milano il 30 luglio del 1930, abbiamo imparato che si deve amministrare un comune per il bene della collettività. Con intelligenza, fantasia e amore per le cose concrete.

 

 

“Finanza Pubblica, buone pratiche di gestione a fronte di politiche centrali impositive.”

intervento:

di Roberto Bertani, Assessore Comune di Cavriago

 

Negli interventi che mi hanno preceduto è emerso il problema del reperimento delle risorse finanziarie. Il principale motivo, ma non solo, dell’attuale carenza di fondi va rinvenuto nella contrazione del trasferimento statale imposto dal governo .Dunque ogni proposta di gestione amministrativa dovrà confrontarsi con la sua sostenibilità all’interno delle quadrature di bilancio.

Due sono i maggiori problemi:

A)Il reperimento delle entrate

B) il rispetto del Patto di stabilità.

1 ) Vediamo il primo aspetto:

Negli ultimi anni i trasferimenti statali si sono costantemente ridotti secondo una progressione insostenibile.

In riferimento alle Entrate Proprie lo stesso governo è intervenuto imponendo restrizioni all’uso delle manovre sulle risorse locali. Ricordiamo il taglio all’Ici non interamente compensato, il blocco dell’addizionale irpef liberato solo dal 2012  e conseguentemente oggi molti comuni prevedono per il 2012 aliquote vicine al massimo.

Quanto alle rette tutti sappiamo perfettamente che mai potranno coprire i costi reali di gestione

Un discorso a parte va fatto infine per gli oneri di urbanizzazione  e le dotazioni territoriali. Per poterli incassare, devono essere programmati  attraverso  un piano urbanistico che li deve avere previsti e temporizzati.

2) IL secondo aspetto è il patto di stabilità !

Il patto in vigore è costruito per scaricare in modo sproporzionato  sugli enti locali l’obbligo di miglioramento dei dati nazionali atteso che lo Stato si rivela incapace di migliorare i propri conti. Un dato non ufficiale rivela che oltre l’80% dei Comuni della Provincia non sarebbe in grado di rispettare l’attuale Patto. Questa assurdità, che trova poi riscontro a livello nazionale anche se in percentuali diverse, è già stata segnalata dal Sindaco Del Rio nel suo intervento di insediamento alla presidenza dell’ ANCI.

Và però detto chiaramente che già all’inizio di questo mandato un’attenta lettura sia della situazione finanziaria degli Enti locali che degli indirizzi di governo faceva capire che si sarebbe arrivati alla situazione odierna. Non vi sono alibi dietro cui nascondersi e tutto era facilmente prevedibile.

Dunque che fare?: La domanda che oggi ci poniamo è: aumento dell’imposizione o contrazione e taglio dei servizi? Dovremmo però anche chiederci se queste sono le due uniche scelte possibili.

In genere fino ad ora le classiche azioni che si sono abitualmente adottate  erano:

1)       Aumentare la fiscalità generale a copertura dei servizi .

2)       Aumentare il costo delle singole rette.

3)       Apportare tagli ai servizi o riduzioni connesse a tagli lineari dei costi.

4)       Cercare un mix di queste scelte.

Ognuna di queste soluzioni porta in sé una serie di malumori e mal di pancia che sono legati alle proteste dei cittadini /elettori che vengono direttamente interessati dalle scelte e non le accettano serenamente con conseguenti effetti sul futuro voto.

Se così stanno le cose è dunque il momento di guardare oltre.

Il primo approccio culturale deve essere rivolto a soluzioni che privilegino il mantenimento dei servizi e solo dopo , in caso negativo, si potrà passare alla logica dei tagli. Questo è un obbligo che abbiamo verso i cittadini. Solo dopo si potrà pensare ai tagli o al ridimensionamento dei servizi.

E’ pertanto necessario porsi la domanda se esistano ulteriori possibili scelte amministrative in grado di dare risposta ai problemi finanziari che colpiscono gli Enti Locali cercando comunque di mantenere i servizi o quantomeno non tagliarli tout-court.

La risposta è certamente affermativa: possibilità alternative esistono, a patto però che, come amministratori, siamo in grado di guardare  verso approcci più elastici e innovativi cercando soluzioni nuove o spesso trascurate. Si deve cioè uscire dalla visione di sue sole possibilità di gestione, quella Pubblica  e quella Privata. Oggi il sistema è in grado di esprimersi in forme nuove più evolute in cui i due vecchi prototipi vengono superati dallo stato dei fatti.

E’ corretto dunque parlare di nuovi profili amministrativi improntati ad una logica del Governare di più e gestire di meno.Ma quali possono essere questi esempi di forme diverse di amministrazione della spesa pubblica locale?

L’esempio che oggi porterò è quello del Comune di Cavriago dove amministro come Assessore al Bilancio ma si tratta di esempi che, in alcuni casi, cominciano a trovare riscontro anche in altre realtà locali.

1)       INNANZITUTTO Il controllo mirato dei conti di ogni settore:

Riprendendo un’abitudine antica, spesso venivano proposti impegni di spesa superiori a quanto era effettivamente necessario per poi trovarsi a fine anno con delle somme disponibili da utilizzare autonomamente .Questa logica è stata eliminata ed oggi i residui o sono impegni reali non realizzati o diversamente sono considerati impegni da estinguere. Contestualmente si è cercato di eliminare i molteplici sprechi legati ai costi: cito ad esempio una maggiore attenzione sugli inviti alle forniture . Questo tipo di azione la potremmo chiamare Buona Gestione del Bilancio. I miglioramenti per questo tipo di azione possono variare da un 5% ad un 10% del valore complessivo del Bilancio.

2)       La gestione finanziaria del territorio.

Il concetto di dotazione territoriale, introdotto dalla Legge Regionale 20 del 2000, è un mezzo potentissimo per accrescere le risorse. Un’attenta e comunque equilibrata gestione dello strumento urbanistico libera risorse mai prima possedute e destinabili al miglioramento delle strutture primarie di base o volendo al miglioramento dei servizi specifici.  A Cavriago, ad esempio, il nuovo Centro Culturale è stato interamente costruito con le dotazioni territoriali frutto di accordi urbanistici senza la minima richiesta di impegno verso i cittadini. Occorre dunque pensare ai nuovi strumenti urbanistici non solo con riguardo allo  sviluppo urbano e territoriale ma anche dandovi attuazione con Piani Operativi Comunali che siano temporalmente connessi alla programmazione degli investimenti previsti dalla Pubblica Amministrazione.

3)        Il rapporto con gli Enti Economici Privati:

Un altro settore dove è possibile reperire spazio per forme gestionali nuove è il rapporto con le Aziende produttive del territorio Locale. Fino ad ora si è visto in tali soggetti un partner destinato a sponsorizzare iniziative di tipo spot. Le cose possono essere diverse e certamente più interessanti se con tali soggetti si cerca una collaborazione diversa. La collaborazione va dunque inserita in un contesto in cui l’interesse dell’azienda non sia solo legato alla detraibilità della sponsorizzazione ma anche a nuovi elementi di immagine come l’eticità delle scelte di finanziamento.

Oggi un’azienda che può spendere un Bilancio Etico riscuote maggiore credibilità nel suo ambiente.  Gli Enti devono perciò proporsi agli operatori economici locali con un offerta che vada oltre la semplice sponsorizzazione. Và fatta loro una proposta che permetta all’azienda di spendere un immagine etica e solidale verso il tessuto sociale in cui è produttivamente inserita.

Torno dunque all’esperienza del Comune di Cavriago: da anni diverse aziende sponsorizzavano singole iniziative. Abbiamo proposto loro un rapporto diverso legato ad un’iniziativa unica e più credibile per un periodo più lungo. Abbiamo così  proposto di finanziare in pool l’incremento delle spese di gestione che il comune avrebbe avuto in conseguenza dell’apertura del nuovo centro culturale. Si è dialogato con loro sulla valenza sociale della partecipazione ai costi ovvero ad un investimento in una migliore attività culturale  fatta per creare persone migliori e sul fatto che tra queste vi fossero i figli degli imprenditori dei dirigenti e dei dipendenti; abbiamo offerto il nostro impegno di spendere pubblicamente la loro disponibilità a questo accordo e l’impegno a rendere disponibili alle aziende gli spazi esistenti nel nuovo centro culturale destinabili a eventuali convegni o a loro specifiche iniziative .

Il risultato ottenuto è che un gruppo di imprese locali di piccole e medie dimensioni, nei prossimi 4 anni finanzieranno con 200.000,00 €uro annui i costi aggiuntivi di gestione del nuovo centro culturale.

4)       La scelta dell’Azienda Speciale

Come già detto in altra parte dell’intervento, era abbastanza semplice capire i venti di crisi che si stavano prospettando per le risorse dei Comuni e per l’Autonomia delle proprie manovre. Volendo dunque capire cosa fare in questo mandato per farvi fronte  abbiamo ripensato a cosa caratterizzava quei Comuni che non presentavano problemi immediati di assunzione di personale, gestivano il Patrimonio e gli investimenti con scelte più libere e parevano essere più autonomi rispetto ai vari vincoli generati dal patto di stabilità. Uno studio attento anche attraverso la Rete, ci ha portato a concentrare l’attenzione sui Comuni che possedevano da tempo delle Aziende Patrimoniali per la gestione del patrimonio e dei servizi connessi. Tali Comuni avevano minori problemi connessi alla realizzazione degli investimenti, alla gestione delle manutenzioni, allo sforamento dei limiti imposti sul personale inoltre era possibile ravvisare economie di gestione

L’idea che ci è venuta è stata di ipotizzare come si potesse gestire non solo il settore Patrimoniale ma anche altri servizi dell’Ente attraverso uno strumento simile ma più adatto alle nostre esigenze. Dopo diverse valutazioni e pareri si è giunti alla decisione di sperimentare l’Azienda Speciale. E’ una figura espressamente prevista dal TUEL ; deve essere partecipata al 100% dall’Ente e deve fornire servizi solo ed esclusivamente all’Ente di appartenenza; non può dunque fornire servizi verso altri Enti terzi. Di fatto non viene mai direttamente citata tra i soggetti vincolati al patto di stabilità. Abbiamo dunque costituito un’Azienda Speciale passando alla stessa in più tempi diversi servizi. Attualmente le funzioni decentrate all’Azienda Speciale Cavriago Servizi si racchiudono nella gestione di tutti i servizi prescolari, nella gestione del Patrimonio Comunale ( manutenzioni straordinarie e riparazioni ordinarie) nella possibilità di fare gestire all’azienda i futuri investimenti in opere pubbliche, nella gestione del Servizio fornito dalla Farmacia Comunale ed in alcuni altri modesti servizi quali ad esempio le luci votive e la concessione dei loculi.

Già dai primi dati abbiamo potuto osservare come alcuni benefici gestionali siano palesi. Le modalità di accesso alle sostituzioni temporanee di personale si sono  rivelate più veloci, le stesse assunzioni di nuovo personale sono avvenute in forme meno burocratiche e dunque meno dispendiose in termini di denaro e di tempo. La realizzazione delle manutenzioni  e degli investimenti avviene con procedure più dirette e più garantiste delle esigenze dell’Ente . Cito qui due casi specifici di benefici :

1) il più immediato è il recupero dell’Iva il cui saldo attivo può essere utilizzato in compensazione di imposte e pagamento di contributi ; Ricordo che nell’Ente Pubblico l’iva si caratterizza per essere un imposta a perdere che partecipa al valore complessivo dei costi.

2) Il secondo è un beneficio più occulto ma molto interessante nella logica del Governare di più e gestire di meno. L’Azienda nella libertà delle proprie scelte gestionali ha assunto un dipendente che svolge una doppia mansione nel settore infanzia: da un lato può essere usata a copertura delle sostituzioni brevi e temporanee e quando ciò non è richiesto può ricopre diversi ruoli di appoggio: atelierista , appoggio part time nelle classi con presenze di bambini con handicap; questo tipo di figura, che nel settore privato è definita sostanzialmente un jolly, è difficilmente reperibile  negli Enti pubblici dove il contratto prevede una maggiore rigidità nello svolgimento delle mansioni.

Complessivamente il giudizio che possiamo dare dopo due anni di gestione è che si tratta di un soggetto che permette di Amministrare con maggiore semplicità e con tempi più adeguati alle esigenze attuali, riduce una serie di costi e inoltre libera una parte delle attività dell’Ente dal cappio del patto di stabilità. Infine và ricordato che una volta dati gli indirizzi di governo da parte degli organi politici spetta al C.d’A. ed all’Amministratore Delegato gestire in autonomia le forme in ed i modi coi quali realizzare tali indirizzi.

5)       I rapporti col mondo dell’associazionismo: quale sussidiarietà tra Ente e soggetti Associativi ?

E’ un’opportunità di cogestione o devoluzione del welfare locale è innovativa e tutta da costruire. L’argomento principale è quale tipo di sussidiarietà individuare e percorrere concretamente.

Non credo che vi possa essere una ricetta uguale per tutti poiché ogni ente parte da una diversa situazione del proprio sistema di welfare. Nel comprensorio della Valdenza ad esempio,vi sono Comuni che offrono la quasi totalità dei servi pubblici, con gestione diretta o indiretta o con esternalizzazioni parziali o totali. Altri Comuni sono scarsi di servizi o comunque sottodimensionati. In contesti così  diversi la scelta di quale forme di sussidiarietà porre in essere con il modo dell’associazionismo assume differenziazioni notevoli e risultati economici e di qualità molto diversi.

Credo comunque che ci troviamo di fronte ad un percorso solo agli inizi che andrà approfondito con un pensiero aperto e libero da condizionamenti poiché i nostri referenti sono soggetti liberi da vincoli e con un proprio modo di pensare e di vedere i servizi.

Una componente di non poco conto va ravvisata nella differenza tra una sussidiarietà costruita con soggetti privati di tipo economico oppure con soggetti di tipo totalmente associativo. In questo ultimo caso, ad esempio, è spesso importante la componente del volontariato che permette da un lato di rendere meno onerose le collaborazioni ma dall’altro rende più incerta la costanza del rapporto, e questo è un elemento non di poco conto in relazione alla scelta dei servizi da affidare.

In conclusione ritengo che come l’esperienza ci ha insegnato non dovremmo mai limitarci a veder la cosa in semplici dati di bilancio ovvero minori oneri e costi per l’Ente perché, quando si parla di azioni amministrative non funziona così.

Il valore aggiunto non risiede solo nei risparmi di spesa o nei tagli di costi ma anche e soprattutto nel mantenimento del livello e della qualità dei servizi stessi ed allora la cosa ovviamente si complica. Grazie 

 

 

Intervento di:

Lorenzo De Medici, Assessore Comune di Quattro Castella

 

Care Compagne, Cari Compagni

voglio porre l’attenzione, in questa giornata di riflessione, su di un argomento che molte forze politiche sembrano ormai aver completamente abbandonato: l’attenzione ed il sostegno alle persone diversamente abili, sia quelle che lo sono dalla nascita, sia quelle che lo sono in conseguenza di incidenti stradali o sul lavoro od a causa di malattie che hanno portato a risultati invalidanti.

Alcuni mesi fa, in occasione dell’ultima legge di Bilancio del governo Berlusconi, abbiamo assistito ad un assordante tam tam riguardo al problema dei falsi invalidi: qualcuno se ne ricorda ancora? In quel momento su giornali e TV sembrava che il male dell’Italia, quel grande debito pubblico che continuiamo a portarci sulle spalle come una insostenibile zavorra, fosse causato in gran parte dagli invalidi.

I dati forniti dall’INPS dicono che, una pensione su quattro, va ad un falso invalido e non c’è settimana in cui, sul piccolo schermo, non si veda qualche falso cieco guidare o qualche invalido prendere da solo l’autobus o camminare tranquillo e spedito per strada: ma in realtà non c’è alcun rapporto tra le dichiarazione INPS e i dati che forniscono il Ministero del Lavoro e le Associazioni che si occupano di disabilità, come la Federazione Italiana Superamento Handicap (FISH) o l’Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi Civili.

Assodato e chiarito che i falsi invalidi vanno scovati e puniti, risulta però evidente a tutti che queste dichiarazioni, diffuse in gran quantità, hanno fatto scattare la solita ostinata paranoica campagna che disegna i falsi invalidi come “Nemici dell’ Umanità”: ma l’opinione pubblica non sa che parte di questi dati sono errati, e vi spiego il perché. Ci sono gli invalidi dalla nascita, come ho precisato all’inizio dell’intervento, quelli che lo diventano in età avanzata e chi, invece, lo diventa per un incidente e lo rimane, fortuna sua, per un periodo limitato: sono questi i casi in cui i dati vengono distorti facendo aumentare impropriamente il numero dei falsi invalidi.

E secondo voi come si può sentire una famiglia con un vero invalido in carico in un periodo in cui giornali e televisione parlano solo di questo problema?

A conti fatti il sospetto che il governo voglia semplicemente spostare l’attenzione del pubblico sui falsi invalidi per avvicinare la spesa sociale allo Zero diventa davvero forte!

Intanto migliaia di persone con grave disabilità sono convocate per una verifica ed altrettante aspettano, anche per un anno, di avere finalmente il riconoscimento e l’erogazione dell’assegno da parte della Previdenza Sociale che, legalmente e giustamente, spetta loro.

Su questo voglio citare soltanto un esempio, fornedovi però non dati che ho scaricato da Internet, ma fatti reali, poiché sono padre di un ragazzo affetto da Sindrome di Down.

Il costo reale sostenuto da parte dello Stato, dalla nascita ad oggi che ha 19 anni, sono stati i seguenti: quando ha iniziato l’asilo percepiva  € 260,00 al mese per i mesi che frequentava quindi soltanto nove; con l’inizio della scuola elementare, poi media e media superiore l’indennità di frequenza è rimasta la stessa, fino al compimento del 18° anno di età, quando è diventato adulto a tutti gli effetti. E qui si apre un altro scenario di burocrazia e tempi lunghi: si deve rifare da capo tutta la trafila delle visite per riconoscere nuovamente l’invalidità, perché da questo momento deve percepire la pensione di € 251,00 al mese, e l’accompagnamento di € 450,00 è dal 28 settembre 2010 che lo stiamo aspettando.

Fortunatamente, come si dice dalle nostre parti, si mangia lo stesso: ma quante famiglie aspettano questi soldi davvero per poter tirare avanti?

Questo è un problema che in tanti casi diventa tremendamente serio, quando ci troviamo di fronte a casi di famiglie in cui uno o tutti i componenti hanno perso o non hanno il lavoro, oppure hanno dovuto abbandonarlo per poter seguire i propri cari altrimenti abbandonati a loro stessi.

Che cosa possiamo e dobbiamo fare come Partito Socialista? Noi che abbiamo, fin dagli albori del nostro movimento, sempre difeso i più deboli?

Noi Socialisti siamo stati i primi a portare in Parlamento un disabile, l’Onorevole Guidi, divenuto poi anche Ministro nel primo governo Berlusconi: ma è soprattutto a livello locale che possiamo e dobbiamo agire, chiedendo ai nostri Assessori e Consiglieri Comunali di far sì che, nell’ambito dei comuni in cui sono amministratori, siano pienamente garantiti tutti i diritti delle persone disabili.

In Italia sono 160 mila famiglie con portatori di Handicap, dunque questo interessamento da parte di una forza politica troverebbe sicuramente nelle famiglie una grande solidarietà ed una considerevole forma di attenzione, nel momento in cui vedono che qualcuno si interessa dei loro problemi per garantire almeno quel minimo che la legge mette loro a disposizione: e questo sarebbe già un grande risultato!

Termino questo intervento con una nota per il Consigliere Comunale di Reggio Emilia, Roberto Pierfederici, riguardante la vendita a privati o la compartecipazione nella gestione dei magazzini delle Farmacie Comunali Riunite.

Il Sindaco Del Rio dovrà spiegare molto bene ai cittadini reggiani come farà a garantire i servizi ad anziani e disabili che oggi egregiamente riesce a dare con parte del ricavato delle Farmacie Comunali Riunite se domani vi farà entrare i privati che, di solito, pensano prima di tutto al loro tornaconto e non certo al sostegno del sociale. Questo è un argomento che vedrà coinvolte in prima fila tutte le Associazioni che si occupano a vario titolo della disabilità: cerchiamo dunque di fare nostra questa battaglia politica per non consegnare ai privati le Farmacie Comunali, visto che furono proprio amministratori socialisti, ormai cento anni fa, a contribuire decisamente alla loro creazione.

 

 

Intervento:

di Matteo Franzoni, Segretario Provinciale FGS Reggio Emilia                      

 

Care Compagne, cari Compagni,

È ormai evidente che oggi il nostro paese sta attraversando un grande momento di crisi. Questa non investe solo l’economia e la politica, ma coinvolge nel profondo l’identità, i valori  e gli ideali di una intera generazione….la nostra generazione.

Le forze politiche oggigiorno sembrano distanti anni luce dalle vere esigenze della popolazione e drammaticamente disinteressante al futuro della nostra generazione. Rimaniamo allibiti nel assistere a sconcertanti discussioni  relative a problematiche del tutto secondarie, che mostrano distacco e ignoranza sulle difficoltà che ogni giorno noi ragazzi dobbiamo affrontare.

Nel mondo del lavoro c’è grande incertezza. Il linguaggio, anche il nostro, ha oggi invertito i fattori, cosicché ciò che si chiama diritto spesso viene chiamato privilegio. I diritti del lavoro acquisiti in tanti anni di lotte anche e soprattutto del nostro partito, sono divenuti privilegi per quei pochi, forse pochissimi, che hanno il tanto desiderato contratto a tempo indeterminato. La maggioranza di noi lavora invece saltuariamente, a progetto, con contratti di collaborazione, in assenza di prospettive e di ammortizzatori sociali.

Chi invece ha deciso di intraprendere un percorso universitario, si accolla ogni anno tasse sempre più pesanti, situazione che l’ultima riforma ha peggiorato e che si aggrava in un contesto dove il reddito e il potere d’acquisto di tutti è notevolmente diminuito. Lo studente universitario inoltre vive nella piena coscienza che lo sforzo e l’investimento economico fatto probabilmente, non solo non verrà ricompensato con un futuro lavoro adeguato alla formazione ottenuta, ma talvolta – sempre più spesso – il laureato si trova persino penalizzato in un mercato del lavoro sempre più proteso alla de professionalizzazione e al deprezzamento del lavoro.

Questo, tra l’altro ha comportato un azzeramento della mobilità sociale. Viviamo nuovamente una fase storica in cui il figlio dell’operaio farà l’operario, e quello del professore farà il professore.

Le diseguaglianze uomo-donna invece di diminuire, aumentano drammaticamente soprattutto nel mondo del lavoro.

Per questo insieme motivi, ma non solo, nel mondo giovanile si è persa a livello nazionale ogni fiducia nella politica, e sono rimaste poche le istituzioni credibili.

Nonostante questo malumore,  noi crediamo che i nostri ragazzi siano pieni di idee e di proposte. Riteniamo anzi che sia proprio il nostro movimento, ed il nostro partito, che debbano fornire ai ragazzi gli strumenti per esprimersi, dando loro l’aiuto necessario per essere protagonisti nella risoluzione dei propri problemi.

Nel partito i giovani devono poter scorgere la possibilità di contribuire attivamente al miglioramento della nostra società, una società che, mai come adesso, ne ha avuto così tanto bisogno.

Noi sogniamo un’ Italia diversa. Un paese in cui la politica non sia distante dai cittadini. Un paese in cui tutti possano avere un posto di lavoro dignitoso, che gli consenta di fare dei progetti per il futuro. Un paese laico, che garantisca la convivenza tra diverse culture e ne apprezzi le loro diversità. Un paese privo di vecchi e nuovi razzismi. Un paese che faccia dell’università e della ricerca luoghi d’eccellenza, e che sappia usare il sistema formativo e scolastico come mezzo primario per uscire dalla crisi. Un paese che la smetta di vedere il sistema di istruzione pubblica come una zavorra da eliminare a favore di scuole paritarie che, teniamolo ben presente, sono e saranno sempre opportunità formative per chi se le può permettere, e per le quali lo Stato non dovrebbe versare neppure un euro.

Questa distanza tra cittadini e politica si respira anche a livello locale. Analizzando la concreta azione delle istituzioni nel nostro territorio, abbiamo evidenziato che spesso vengono operate delle scelte senza dare ascolto alla base giovanile. Si pretende che i giovani siano soggetti passivi di fronte a scelte già prese in altre sedi.

Esempio lampante di questa chiusura alle necessità giovanili nel nostro territorio è il modo in cui sono state ridisegnate le tratte del trasporto pubblico Reggiano.

Con il fine di dare corpo e voce all’esigenze partecipative dei giovani abbiamo stabilito due obiettivi strategici da realizzare nei prossimi anni.

In primo luogo intendiamo selezionare quei giovani che possiedano capacità innate di leadership al fine di coinvolgere attraverso loro basi giovanili via via più ampie. Intendiamo quindi offrire a questi ragazzi una formazione politica e una cultura partecipativa in modo da convogliare quelle che sono capacità personali verso finalità di cambiamento sociale.

In secondo luogo intendiamo promuovere la creazione di Comitati giovanili, ossia luoghi di aggregazione ideale che possano essere il principale strumento per la gioventù del nostro territorio per far sentire la propria voce e per confrontare idee e prospettive. Comitati capaci di organizzarsi secondo i bisogni concreti che i nostri ragazzi dovessero incontrare a cui noi dovremo fornire i mezzi per fare in modo che la loro voce non venga ignorata.

Giovani “Protagonisti da subito” ( è lo slogano che abbiamo scelto) per riportare quindi la politica vicina ai problemi odierni, ma per fare questo è necessario, candidare alle prossime elezioni amministrative il maggior numero di promettenti giovani nelle liste del partito. Candidature che non potranno essere di comodo, non dovranno essere “contentini” da dare ai giovani, ma che saranno una scommessa vera per il nostro partito. 

È evidente dopo gli ultimi avvenimenti in parlamento, che questo governo sia arrivato al capolinea. Anzi credo che sia arrivata la fine di questa stagione politica. La fine di un sistema politico, che - come già aveva preannunciato Bettino Craxi 15 anni fa - si sarebbe rivelato fallimentare.

Ritengo che sia giunto il momento anche di far cadere le barriere generazionali, è necessario lavorare tutti insieme, unendo l’esperienza della vecchia guardia con l’entusiasmo delle giovani leve, perché il fine ultimo deve essere il rilancio del nostro partito all’interno della fase politica che sta per iniziare.

Certamente oggi siamo una piccola fiammella , ma questa fiammella, tiene ancora accesa fuoco di una ricca memoria,

È l’ora di ricordare a questo paese che il socialismo riformista è necessario per il futuro dell’Italia.

È l’ora di dimostrare a questo paese che il socialismo è la promessa di un domani migliore.

 

 

Intervento:

di Alfredo Gennari, Assessore Provincia di Reggio Emilia

 

Oggi è un momento molto importante perché è una opportunità di confronto fra punti di vista, idee e proposte. E’un’occasione per stare insieme e dare il proprio contributo verso una crescita  costruttiva, una inderogabile lungimiranza, in questo periodo che è così delicato.

Il vortice mediatico innescato dal “maestro” Berlusconi - e consentitemi l’appellativo di maestro- si sta ripiegando su se stesso. Il boomerang sta tornando, ci sono voluti anni ma ci siamo. Ora i cittadini italiani sono smaliziati, prima sono stati catturati nello stupore degli effetti speciali ora non sanno più come liberarsi dalla rete.

Ma se ogni persona ed epoca insegna qualcosa, dall’attuale Presidente del consiglio abbiamo imparato che creare false aspettative e aspettative che non si possono soddisfare, oltre che come ben sapevamo sbagliatissimo e scorretto, ingenera un mulinello di sfiducia cittadino-amministrazione e politica che è difficilissimo da correggere.

Ma vorrei qui introdurre un primo pensiero positivo, a livello locale del nostro territorio dai Comuni alla Provincia e Regione abbiamo fatto tante cose. In assessorato, sotto l’impulso di quanto deciso con la Presidente Masini in giunta, abbiamo fatto una sintesi di tutte le opere ed infrastrutture realizzate dal 2004 ad oggi. Posso dirvi: sono veramente tante, con importi di milioni di euro di strade realizzate per i cittadini, per le comunità e per il territorio.

Ecco intanto un primo imput: occorre comunicare ed informare sulle cose fatte, perché si ricordano più facilmente i problemi che le soluzioni, perché hanno voce più grossa i pochi che criticano contro i molti che approvano e sono soddisfatti e restano in silenzio. E come appunto dicevo le cose fatte sono davvero tante e occorre che la gente sia informata affinchè sia messo a valore il lavoro fatto.

Ma ora, vorrei porre una domanda: Qual è secondo voi l’urgenza di questi tempi?

Ovviamente esistono molte risposte, come molte, moltissime, sono le urgenze e le necessità, ma, se mettiamo insieme tutte le risposte sono sicuro che c’è un comune denominatore, che si chiama: “Ripartire”.

Ripartire con l’economia che invece è schiava delle agenzia di rating e dei crolli quotidiani delle borse, nelle mani di lontani manovratori di Wall Street, o altri, e di speculatori senza scrupoli.

Ripartire con regole certe e semplificate per rendere la vita possibile alle imprese – e badate bene che è questione di sopravvivenza delle aziende, ormai è un bollettino di guerra quello delle aziende che hanno chiuso o con lavoratori in cassa integrazione, a cui sta per finire.

Ripartire con il lavoro perché la povertà è aumentata e la gente sta male, troppi non arrivano alla fine del mese. Che la crisi è un fatto mondiale è sotto gli occhi di tutti, dagli Stati Uniti all’Europa ed alla Grecia di questi giorni, attraverso la modifica avvenuta in questi mesi degli assetti di quasi tutto il Nord Africa e l’altro giorno l’epilogo della Libia.

Forse siamo davvero sull’orlo di una svolta epocale: la nuova era del BRIC. Un occidente al traino e dipendente dalle potenze orientali ed emergenti.

Vogliamo ancora restare a guardare?

Ma se è vero che occorre ripartire occorre anche focalizzare l’obiettivo prospettico verso dove andare e che è una “nuova socialità”, un germoglio schiacciato, una visione travolta dagli eventi, e che invece, -beffa del destino- è l’unica alternativa per cambiare direzione nel futuro. Pensateci bene: o si andrà verso una nuova socialità o la situazione sociale attuale peggiorerà sempre di più con divari fra classi sociali e fra generazioni che diventeranno burroni e scollature che diventeranno crepacci.

Ed intendo una nuova socialità di parità di diritti e non per questo in assenza di regole, poche e chiare.

Una nuova socialità dove le differenze hanno bisogno di attenzione per convergere: fra i ricchi sempre più ricchi e i  sempre più numerosi poveri, dove i colori della pelle non contano e le tradizioni restano vive ma dove i diritti ed i doveri sono gli stessi per tutti. Mettendo al centro i valori e non la ricchezza o le usanze, per accorciare le distanze e trovare maggiore armonia e rispetto reciproco.

Una  socialità dove il dialogo con le istituzioni si è ridotto a stantii modelli del passato o anzi si assiste all’indifferenziato e generalizzato rifiuto dei cittadini nei confronti di politici ed Amministratori e dove invece occorre recuperare le forme di vero dialogo e confronto, e se al politico tocca trovare le mediazioni e le soluzioni, ai cittadini tocca abbandonare la sindrome dell’individualismo del “non-nel-mio-orticello”. E come prima dicevo un ingrediente importante per recuperare questo rapporto è l’informazione corretta e permanente verso i cittadini e la comunità e la comunicazione in direzione reciproca.

Pienamente validi ed attuali sono la Sussidiarietà fra Enti e lo sviluppo di sinergie fra le istituzioni e Amministrazioni, anche con il concreto utilizzo degli strumenti di cooperazione individuati, ad esempio gli accordi di programma. Sussidiarietà e Sinergia sono strumenti da implementare e continuare ad utilizzare perché di questi tempi è solo mettendo insieme le forze che si riescono a conseguire gli obiettivi.

E questo vale per due ragioni essenziali: la mancanza di finanziamenti che quindi deve vedere insieme i vari protagonisti al fine di attuare opere, interventi, effettuare azioni, dare concreta attuazione alle scelte. L’altra ragione è che l’immobilismo o l’esasperante lentezza delle decisioni è ormai insostenibile e non ha nessun senso. Serve a maturare, serve a condividere, serve alla ricerca degli equilibri, serve alla mediazione. Sono cose in cui era possibile crederci anni fa, ora i cittadini fanno presto a scrivere l’epitaffio: “non sapete decidere…… non sapete cosa fare”. E per altro trincerandosi dietro comitati, orami anche per uno spillo, dove per ciascuno che vuole c’è qualcuno che non vuole, e c’è un NO per tutto.

Un cane che si morde la coda: una politica rifiutata e sfiduciata, una collettività stanca e senza più socialità.

La cosa peggiore che possa succedere è l’immobilismo, e sapete perché? Perché esso non esiste. Perché la non-scelta è una scelta. Una scelta di abbandono.

Occorre contrastare con il dinamismo ed il cambiamento.

Deve in primo luogo rivolgersi a noi stessi, senza per forza dare sempre la colpa agli altri.

Basta con la politica del galleggiamento, non basta fare quello che si può, si deve fare di più.

Ed anche noi, da dove ripartire?

Vorrei rifarmi all’etimologia di politica, ovvero “arte di governare le città”, ed anche attenzione per il bene comune, per le istanze che partono dalla società e per la comunità.

Quindi, ritrovare il “buon senso”, come filo di Arianna che permetta di districarsi in questa grande confusione che regna sovrana  a livello nazionale e che si ripercuote a tutti i livelli di governo e su tutti i territori.

Altro faro che ci può guidare è la “realistica applicabilità delle scelte”, per conseguire il miglioramento dell’esistente per far sì che i cittadini tornino ad avere fiducia nei propri amministratori, e che riescano a ritornare a comprendere che il concetto di “cura”, e non quello di “interesse privato”, può fare rima con politica.

A questo proposito, appare quanto mai utile un confronto a 360 gradi tra le forze del centro sinistra partendo proprio dal locale: dai problemi concreti, dal sociale, dal territorio, dalle cose che vanno, per migliorarle ancora di più, a quelle che non vanno, per dare risposte tangibili ai cittadini. Le cose “calate dall'alto” non possono funzionare, come il dibattito, ad esempio, sulle primarie di coalizione dimostra ogni giorno di più.

In primo luogo, la riduzione dei costi della politica può partire dal locale: invece delle lenzuolate propagandistiche, sarebbe molto più utile vedere assieme quali interventi concreti di riduzione dei compensi e di ulteriore risparmio nei costi si possono effettivamente realizzare anche negli enti locali e nelle rispettive partecipate. E scusatemi, a costo di impopolarità, porrei l’attenzione ai benefit di livello nazionale per evitare di fare di tutta l’erba un fascio, e mescolare i gettoni di presenza dei consiglieri dei piccoli Comuni con le indennità e vitalizi vari dei parlamentari. Anziché proposte demagogiche come l’eliminazione delle Province, che potrebbe essere anche una scelta da dover effettuare, sarebbe meglio che si proponesse una rivisitazione delle funzioni coerente ed integrata rivolta a vari livelli di governo e territorio, adeguandoli alle esigenze del terzo millennio, punto sul quale anche il centro-sinistra non si caratterizza.

Ma sarebbe anche utile porre attenzione ai costi indotti dalla burocrazia e dalle procedure e su questo vorrei fare una sollecitazione alla Regione verso lo sviluppo e l’adozione di un proprio più innovativo modello funzionale a maggiore flessibilità, che permetta, prima fra tutte, una più rapida modifica delle norme. Capita di confrontarsi spesso con norme troppo tecnicistiche e puntuali che non trovano perfetta rispondenza rispetto ai cambiamenti del contesto e delle effettive condizioni. Sarebbero spazi di miglioramento per una Regione fra le migliori d’Italia ma che non può permettersi di adagiarsi, soprattutto di questi tempi.

Entrando nello specifico, si deve partire dal nostro territorio che, anche in questo momento di crisi, può essere un volano per l’economia.

In quest’epoca di globalizzazione e sfide planetarie guardare oltre i confini della nostra provincia, e ragionare in un’ottica di area vasta, voltandosi sia verso Bologna, sia verso Milano, è un obbligo. La stazione medio-padana, che sarà operativa tra circa un anno, è una grande opportunità. Da un punto di vista infrastrutturale diventa quindi essenziale dare la priorità ai tratti viari che permettano il completamento dei principali assi di adduzione e diramazione dalla Stazione medio padana, quindi ad esempio la Tangenziale nord di Reggio Emilia e la nuova Via Emilia che permetta quella connessione veloce del traffico di media lunghezza piuttosto che il continuo intasamento quotidiano che migliaia e migliaia di cittadini vivono. La via Emilia è una emergenza, noi lo sappiamo perché la viviamo tutti i giorni, occorre che questa coscienza giunga al livello del governo nazionale per le opportune scelte. Le infrastrutture sono indispensabili per un paese che guarda al futuro e per territori che vogliono competere con un mondo globalizzato; è per questo che occorre rivendicare sia a Bologna che a Roma risorse necessarie per completare l’infrastrutturazione viabilistica del nostro territorio. In particolare pensiamo agli assi viabilistici principali nord-sud ed est-ovest, pensiamo al completamento della Cispadana e alla realizzazione della Campogalliano-Sassuolo con la realizzazione della variante di Rubiera. Indispensabile poi è la IV corsia della A1 senza la quale si continuerà ad avere traffico intenso sulla via Emilia storica creando intasamento, grossi problemi sociali e ambientali ai centri abitati attraversati. Anas deve autorizzare in tempi rapidi e prioritari la IV corsia della A1: quest’esigenza che è consapevolezza dei reggiani deve diventare anche un imperativo del governo regionale che deve riuscire ad ottenere quest’opera. Il Governo regionale non può ricordarsi di Reggio solo nei momenti delle elezioni, dove peraltro i nostri cittadini sono sempre molto generosi nei suoi confronti. In questo momento il nostro Governo regionale deve mettere in campo tutte le opportunità, ricercando forme nuove, per acquisire i finanziamenti e riuscire a sbloccare le infrastrutture indispensabili per i territori. L’asse Bagnolo-Novellara, snodo di un collegamento nord-sud che deve essere completato e aperto. E collegamenti e accessibilità dei territori sono ormai obiettivi condivisi e per questi sono essenziali anche i completamenti viari verso la montagna, in particolare occorre continuare gli interventi a favore della statale 63, asse centrale provinciale per il collegamento verso la nostra montagna ed i territori toscani. Ma oltre i raggiungimento di elevati standard di infrastrutturazione, assolutamente necessari alla modernità e rapidità dei collegamenti sia per i cittadini che per i sistemi produttivi, non possiamo dimenticarci che il patrimonio infrastrutturale va manutentato. La manutenzione delle strade è un imprescindibile corollario dell’infrastrutturazione, è un’attuale e prossima priorità.

Ed a proposito di strade, il pensiero di noi tutti si sofferma infatti sicuramente sul traffico.

Ormai le città sono invischiate, sembra di immergersi nella melassa delle ore di punta che dalle grandi metropoli ha invaso tutti i centri urbani ed anche Reggio. Ma si potrà andare ancora avanti così? Comprare più macchine - che per ora con la crisi in realtà non si vendono mica tanto - prendere ciascuno la propria macchina per tutti gli spostamenti, anche minimi, riversarsi tutti nelle ore di punta sulle strade e continuare fra code, file e clacson. La vera sfida per la vivibilità e la qualità dei centri urbani è la mobilità sostenibile. Occorre garantire i trasporti Pubblici anzi migliorarli e farli usare di più e più estesamente sul territorio. E ne va della nostra salute, immaginate che il 73% circa dell’NOx  e il 35% del PM10 è emesso dal settore del trasporto privato (rispetto a industria e civile), e tutto ciò incide sulla qualità dell’aria e quindi sulla qualità della vita nelle nostre città. Il Trasporto pubblico è un servizio per la società, ed oltre a doversi diffondere, in questo momento sembra che più che altro deve essere difeso per la sua minima sopravvivenza. I tagli effettuati dal Governo hanno già causato ripercussioni locali ed i tagli annunciati sostanzialmente, se verranno veramente fatti, annienteranno del tutto questo importante servizio per la cittadinanza. Il nostro impegno deve essere quello di preservare il trasporto pubblico anche attraverso una maggiore partecipazione dell’imprenditoria privata. Oggi, i vincoli della Regione Emilia Romagna impediscono l’incremento della presenza dei privati: occorre che ciò venga rapidamente corretto per garantire livelli di servizio di qualità, flessibili ed anche economicamente sostenibili. La nostra Provincia ha un patrimonio ferroviario invidiabile, che collega i centri nevralgici con il Comune capoluogo e il resto della regione, occorre che questa rete ferroviaria sia ammodernata e pertanto occorre che la Regione acceleri i piani d’investimento in tale direzione: qualità, puntualità e tecnologia sono elementi indispensabili per rendere competitivo l’uso del treno negli spostamenti.

Al contrario occorre che ci ricordiamo che l’ambiente è una componente essenziale del nostro territorio e che per la qualità del territorio occorre anche prestare attenzione alla qualità dell’ambiente, fra cui come si diceva la qualità dell’aria. Esiste un rapporto di interdipendenza, fra la tutela e la valorizzazione delle risorse naturali e la dimensione economica, sociale ed istituzionale, al fine di soddisfare i bisogni delle attuali generazioni, evitando di compromettere la capacità delle future di soddisfare i propri. In questo senso la sostenibilità dello sviluppo è incompatibile in primo luogo con il degrado del patrimonio e delle risorse naturali, che di fatto sono esauribili e non infinite.

Penso, ad esempio, a quanto fatto nell’ambito del Piano di azione ambientale in collaborazione tra Provincia e Regione,  con il finanziamento di un’azione di ulteriore sviluppo ed impulso alle piste ciclabili, che permettono di incrementare la mobilità sostenibile, perché per gli spostamenti – a partire da quelli   casa-lavoro e casa-scuola - la bicicletta rappresenta il mezzo non inquinante per eccellenza, consentendo di lasciare a casa l’auto e contribuendo al miglioramento della qualità dell’aria.

Bisogna fare proseguire l’impegno della Provincia a favore della mobilità sostenibile e della qualità dell’aria e, grazie alle piste ciclabili, anche del tempo libero e del cicloturismo, che ci permettono di scoprire le peculiarità naturali, ambientali e storiche del nostro territorio.

Di fronte ai temi posti dalla globalizzazione, è indubbiamente più facile difendere l’esistente, ma non porta a nulla: occorre pensare ad un progetto complessivo che tenga insieme i territori in modo innovativo. Reggio Emilia, Parma, Modena e Piacenza rappresentano di fatto una città-territorio, che non può avere solo edifici, ma ha grandi corridoi ecologici che possono salvaguardare il paesaggio, ci sono infrastrutture importanti, dei servizi che sono tra i primi al mondo, risorse umane straordinarie, e per questo motivo sono in grado di attrarre investimenti. Non ci si può limitare soltanto a definire, ad esempio, il profilo della fiera di Reggio rispetto a quella di Parma, ma invece occorre creare un sistema-rete con singole specializzazioni.

Le parole chiave, senza indulgere nella facile demagogia, devono essere insite nei concetti di libertà e di laicità, intese come “apertura al nuovo, al rispetto dei diritti altrui ed a tutto ciò che possa rappresentare un rilancio per il buon governo delle città e del sistema-Paese”, ponendoci in antitesi alle non proposte politiche di una destra inefficace. Un buon governo che deve essere improntato allo spirito di servizio e proteso all’individuazione di grandi strategie con tempi certi e con responsabilità definite. Queste strategie devono avere un forte livello di condivisione e non devono essere improntate a sterili ideologismi di altri tempi o essere autoreferenti.

Occorre puntare l’attenzione, in particolare, su temi come l’innovazione, la ricerca, lo sviluppo e l’occupazione, intesi come razionalizzazione e qualificazione della spesa per rendere più efficienti i servizi e per dedicare maggiori risorse  all’occupazione, soprattutto giovanile, sostenendo le imprese esistenti e la nascita di nuove imprese; uno stato sociale inteso come attenzione verso le politiche in favore di anziani, sanità pubblica, disabilità, scuola pubblica e pari opportunità; la trasparenza e la partecipazione, le energie rinnovabili, l’ambiente e il rispetto del territorio, l’immigrazione, i diritti di cittadinanza e le nuove tecnologie e l’infrastrutturazione di una provincia protesa al Futuro.

Un programma realistico, concreto e rispettoso delle libertà, che si richiama nei termini ai principi  laici, riformisti e concreti posti al servizio e da pungolo per il rinnovamento del centro sinistra, senza indulgere al qualunquismo ed al leaderismo imperante della cosiddetta “seconda repubblica”; lo diciamo con l’orgoglio di chi, come noi Socialisti, Laici e  Riformisti,  ha radici profonde nella storia nazionale e ha fatto davvero l’Italia e la Repubblica.

 

 

Intervento:

di Rita Moriconi, Consigliere Regionale

 

La Legge costituzionale n. 3 del 18 ottobre 2001 “Modifiche al Titolo V della parte seconda della Costituzione” eleva le scuole al rango di autonomie costituzionalmente riconosciute e ridefinisce un nuovo assetto delle competenze in materia, riservando allo Stato la definizione delle norme generali sull’istruzione e la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali - che devono essere garantiti su tutto il territorio nazionale - dando alle Regioni la competenza esclusiva su istruzione e formazione professionale: ma quale scuola dobbiamo pensare per il nostro futuro e per il futuro dei nostri giovani alla luce di quanto sta avvenendo in quel settore negli ultimi anni? Saremo ancora in grado di avere un’adeguata scuola pubblica nel prossimo futuro visto che stiamo smantellando il nostro sistema d’istruzione senza creare sufficienti garanzie che ce ne sarà un altro in grado di formare nel modo dovuto i nostri giovani?

Dobbiamo dire le cose come stanno: lo Stato, quello governato dal centrodestra, ha scientemente deciso di disinvestire sulla scuola pubblica e questo va detto chiaro e tondo, senza fraintendimenti! E tutto ciò significa che il nostro sistema scolastico, che era ed è basato quasi esclusivamente sul finanziamento statale, sta letteralmente franando, non essendo in grado né di autofinanziarsi né di poter attingere alle risorse degli Enti Locali, che risultano essere essi stessi in difficoltà economiche ancora maggiori rispetto a quelle della scuola, anche se, paradossalmente, dai dati rispetto agli altri paesi europei forse spendiamo in realtà troppo poco: in rapporto al Pil, nelle spese per la scuola, in Europa siamo al penultimo posto: dietro di noi c'è solo la Slovacchia, ed i nostri docenti sono tra i meno pagati al mondo! Allora forse significa non soltanto che spendiamo male i soldi dei contribuenti non mettendoli dove servirebbero, ma soprattutto che non valutiamo nel modo corretto quali danni stiamo facendo al futuro dei nostri giovani spendendo così poco e tagliano così tanto!

Non parliamo però soltanto di educazione quando parliamo di scuola pubblica: dobbiamo parlare anche di edifici scolastici, palestre e sicurezza dei nostri ragazzi: da due anni non viene finanziata la legge sull’edilizia scolastica e, secondo le norme di sicurezza e igieniche, per quasi la metà i nostri edifici non sono a norma e, anche quelle che lo erano, con le famose classi-pollaio di trenta e più alunni non lo sono più: in caso di terremoto o di incendio chi è responsabile della sicurezza dei nostri ragazzi?

Io non credo che dobbiamo sempre stare a guardare: sono convinta che, segnalati i fatti, occorra prendere delle decisioni ed occorra spiegare alle famiglie come stanno davvero le cose, perché forse non c’è ancora la consapevolezze reale di quanto è in sofferenza la nostra scuola, perciò è nostro dovere primario, di partito e di amministratori, ognuno nell’ambito istituzionale in cui opera, di cominciare a denunciare quello che è un vero e proprio abbandono del sistema scolastico da parte di questo governo, e dirlo chiaro e forte alla gente!

Noi oggi siamo stretti in una tenaglia terribile, che rischia di pregiudicare pesantemente la qualità educativa delle nuove generazioni: da una parte c’è uno Stato che non riesce più a reggere il sistema scolastico così come l’abbiamo pensato negli ultimi cinquant’anni, e dall’altro un sistema scolastico che sembra ingessato, completamente incapace di cambiare il modo di pensare al suo sistema di finanziamento! Dobbiamo uscire da questo impasse e dobbiamo andare oltre a questo binomio infernale, ma come?:

In linea con la grande tradizione socialista che ha sempre fatto dell’istruzione per tutti uno dei suoi cavalli di battaglia, io credo che lo Stato non possa assolutamente sottrarsi al mantenimento dalla scuola pubblica e debba mantenerla ad un livello sostenibile non costringendo i suoi allievi a portarsi da casa la carta per le fotocopie o quella igienica: perché allora la scuola, come già fanno molte Istituzioni pubbliche, non comincia a rapportarsi con i propri territori di appartenenza ed aprire un dialogo costruttivo con i privati? C’è forse qualcosa di male se un privato decide di finanziare la scuola ed aiutare le nuove generazioni a crescere più istruite?

C’è forse qualcosa di male se, a fronte della difficoltà di reperire fondi per i cosiddetti P.O.F. (Piani per l’offerta formativa), si chiedono ai privati di finanziare alcuni di questi?

Io credo proprio di no! Visto che in tanti settori – pensiamo soltanto alla cultura – il pubblico ha già allacciato una stretta collaborazione con i privati perché non aprire un canale di dialogo anche per la scuola?  Non ci sono però soltanto i privati che possono aiutare la scuola: pensiamo al terzo settore e al volontariato: perché li teniamo fuori dal mondo scolastico? Noi dobbiamo smettere di pensare alla scuola come ad una specie di sacrario in cui possono entrare soltanto allievi, professori, bidelli ed addetti alla segreteria: in questo modo, a meno di rimodulare la spesa pubblica per un maggiore finanziamento del settore, non riusciremo a reggere a lungo!

Forse la scuola pubblica deve diventare un po’ più simile alla scuola privata  e la scuola privata invece diventare meno distante dal pubblico ed occorre smetterla di continuare ad alimentare il dibattito scuola pubblicascuola privata, che può diventare non soltanto fuorviante, ma anche molto pericoloso: non si può esaltare la scuola pubblica se non la si finanzia in modo adeguato, così come non si può esaltare la funzione della scuola privata se non si attivano forme di controllo sulla sua qualità – secondo i dati OCSE del 2007, gli studenti usciti dalla pubblica erano mediamente più preparati di quelli usciti dalle private - . Sono due realtà che devono far parte di un unico sistema – separato ma integrato - che dovrà avere come obiettivo non soltanto quello di elevare gli standard educativi del nostro Paese, ma anche quello di abbassare i costi pubblici nel settore: perché si dovrebbe impedire ad un privato di aprire una scuola se sono rispettati gli standard educativi che lo Stato – in tutte le sue articolazioni – ha stabilito e se il progetto pedagogico offerto è di qualità? A questo proposito, resto convinta che in Italia il dialogoscontro tra scuole pubbliche e scuole private sia come “drogato” dalla presenza delle scuole cattoliche: io immagino per il futuro un panorama in cui il mondo cattolico sia solo una parte del sistema, un’offerta come tante altre, non quasi l’unica alternativa alla scuola statale. Le scuole private devono far parte di un sistema e sistema devono diventare: l’importante è che il pubblico attivi migliori forme di controllo, continui a governare la gestione generale stabilendo il livello degli standard educativi e non abbandoni mai il finanziamento adeguato alla scuola pubblica, che rimane a mio avviso tra le funzioni primarie di uno stato civile e democratico e, lasciatemelo dire con orgoglio, socialista.

Un altro aspetto su cui vorrei soffermarmi sono i pesanti tagli che negli ultimi anni hanno subito gli insegnanti di sostegno all’handicap riducendo cosi drasticamente le ore di aiuto agli studenti disabili. Attualmente si parla addirittura di sponsorizzazione per pagar loro docenti di sostegno: saranno i genitori a diversi trovare uno sponsor per pagare l’insegnante di sostegno? O chiederemo alla FIAT di sponsorizzare l’handicap? Sembra quasi una commedia dell’assurdo….Ma non è certo degno di un paese civile - e ancor meno più lontano dall’etica socialista - far pagare le difficoltà economiche ai più deboli e su questo non transigo: lo Stato deve tutelare i più deboli e non scaricare questa responsabilità tutta sugli Enti Locali, già in difficoltà economiche stringenti, che sono costretti ad intervenire là dove lo Stato ha tagliato per non vedere i loro cittadini portatori di handicap parcheggiati in classe senza la possibilità di ricevere un’educazione come tutti gli altri.

Un altro argomento su cui vorrei concentrare la mia attenzione riguarda le scuole ed i nidi dell’infanzia. Purtroppo, a differenza di quanto accadeva qualche tempo fa, i problemi sulla fascia dagli zero ai sei anni non riguardano soltanto l’annullamento delle liste d’attesa e l’apertura di nuove strutture: i nuovi problemi riguardano invece la copertura delle rette da parte delle famiglie, che sempre più spesso si trovano in difficoltà economiche e sono costrette a ritirare i bambini dagli asili; occorrerà scongiurare questo andamento, perché ne andrà non soltanto del sistema educativo generale che vedrà esclusa una fascia di bambini, ma sarà anche la coesione sociale a risentirne, in quanto saranno le fasce più deboli della popolazione a dover ritirare i bambini dagli asili e che cosa  ne sarà allora della tanto sbandierata “integrazione sociale” se non la attueremo fin dall’infanzia negli asili? Ben vengano allora norme più leggere per l’apertura di nuove sezioni e la sperimentazione concreta delle cosiddette tagesmutter per ridurre non soltanto le liste d’attesa, ma dare nuovo reddito ad una fascia di popolazione e cercare in questo modo di trovare strade più economiche per mandare comunque i bambini all’asilo. Non sto parlano ovviamente di abbassare i livelli di qualità e di controllo delle strutture e dell’insegnamento: sto parlando di nuovi percorsi per salvaguardare un impianto prescolare che ha dato qualità e fama al nostro sistema educativo zerosei anni ma che, con l’attuale congiuntura economica negativa, rischia seriamente di non riuscire più a reggersi: per questo dobbiamo urgentemente cercare di rendere meno rigidi i criteri per l’apertura di nove sezioni e trovare adeguati correttivi gestionali per rendere più sostenibili i costi sia per gli Enti Pubblici che per le famiglie: non possiamo avere gli asili più belli del mondo se poi diventano economicamente irraggiungibili per le famiglie e insostenibili per le pubbliche amministrazioni!!

Secondo i dati forniti dall’assessore Marzocchi nella seduta della V commissione del 29 Giugno scorso, riferiti all’anno 20092010, in Emilia Romagna il 63% dei Servizi educativi per la prima infanzia è pubblico e il 37% privato, con una copertura del 97,3% del territorio per i servizi 0-2 anni: ma perché i nidi comunali costano in media € 8.855 ad utente (dei quali quelli a gestione diretta € 9.547 e quelli a gestione indiretta € 6776) mentre quelli non comunali € 6.419?

Il divario è evidente e fonte di seri interrogativi e, stando alle attuali previsioni economiche, quanto a lungo potremo ancora reggere questi costi? Io credo ben poco e dunque anche in questo caso il lavoro da fare è molto ed occorre farlo con decisione e con rapidità!

Concludo ricordando che, secondo i dati OCSE, prima che Maristella Gelmini fosse Ministro all'Istruzione, la scuola primaria italiana era al 1° posto in Europa per qualità, ora è al 13°; io credo che, in una società democratica, sono diversi gli ambiti educativi che sono necessari per formare coloro che diverranno adulti: quello familiare, in cui i genitori si assumono la responsabilità di educare i figli, e quello pubblico, in cui alcune persone – che non rivestono il ruolo di genitori, né di privati individui, ma quello di cittadini – si assumono la responsabilità di educare i cittadini del futuro: se non interveniamo subito e con decisione quali cittadini formeremo?

 

 

“I socialisti per la difesa dello stato sociale ed un effettivo federalismo fiscale”

Intervento:

di Roberto Pierfederici, Consigliere Comunale di Reggio Emilia

 

Con il pretesto della lotta alla casta ed ai costi della politica,stanno andando avanti provvedimenti mai visti contro la democrazia come l’abolizione dei consigli delle province e dei piccoli comuni,

la riduzione dei consiglieri e degli assessori dei comuni e dei permessi per i consiglieri comunali,

l’ulteriore riduzione dei poteri dei consigli,già residuali dopo la legge Bassanini.

Come socialisti dobbiamo affermare la nostra ferma contrarietà a tali operazioni di sostanziale restringimento degli spazi di democrazia e della possibilità d’azione delle forze politiche,in modo particolare di quelle al momento minori come la nostra.

Nel quadro di una difficile situazione economica,sono inoltre in atto politiche di eccessive

restrizioni e tagli alle regioni ed agli enti locali,in particolare con il meccanismo vigente del patto

di stabilità per gli enti locali,che ora si vorrebbe estendere anche ai comuni sotto i cinquemila abitanti ,e che sta provocando la pratica paralisi degli investimenti negli enti pubblici periferici.

Pensiamo che nel comune di Reggio Emilia da una media 2001-2007 di 50 milioni di euro di investimenti annui si è arrivati a 7/8 milioni di pagamenti effettuati nel 2011,con previsioni per il 2012 di poter fare solo  2/3 milioni d’investimenti.

Nulla o quasi nulla,rispetto ad indifferibili esigenze manutentive e di nuove realizzazioni,all’esigenza di creare lavoro ed occupazione e contribuire all’indispensabile crescita e sviluppo del nostro Paese.

Come socialisti occorre opporci in modo deciso a tale situazione ,senza però rassegnarci alla sola protesta,che è giusta e sacrosanta,ma se non è accompagnata da precise proposte corre il rischio di rimanere sterile.

In materia d’investimenti occorre pertanto ricorrere maggiormente  ai progetti pubblico-privati di finanza di progetto ed alle realizzazioni d’investimenti con locazioni finanziarie,gli unici che sfuggono alla tagliola infernale del patto di stabilità.

E’ interessante anche il modello,non nuovo ma rilanciato con successo in ambito locale da Mauro Del Bue ed Anzio Arati , che prevede l’attivazione delle società sportive come soggetti che accendono i mutui e la Fondazione dello sport del comune  capoluogo come ente erogatore di contributi,collegati alla gestione degli impianti.

E’un modello virtuoso che,oltre il patto di stabilità,ha portato alla realizzazione della nuova palestra

di boxe di Cavazzoli,del nuovo campo da calcio in sintetico della Galileo,della nuova sede dei ciclisti cooperatori di fianco alla pista Cimurri,alla ristrutturazione e messa a norma del campo di atletica leggera,al nuovo campo in sintetico della Reggio calcio ed altro.

E’ inoltre indispensabile un maggior contributo in termini d’investimenti da parte della società partecipate degli enti locali come Iren spa,che pare soprattutto interessata al riassetto finanziario e,peggio,al mantenimento dei suoi massimi dirigenti e dei loro compensi milionari,lontani anni luce dai modesti compensi dei sindaci,per non parlare di quelli simbolici dei consiglieri comunali.

E’anche necessario come socialisti ribadire la nostra contrarietà ai tagli eccessivi ai finanziamenti per la spesa corrente di comuni,province e regioni che rischiano in modo inevitabile di mettere in discussione indispensabili servizi ai cittadini ed alle imprese .

Anche in questo caso non possiamo però rassegnarci alla sola protesta,ma cercare di non fare ricorrere gli enti all’aumento dell’addizionale locale Irpef ed a tasse come quella di soggiorno oggettivamente contro il turismo,già di per sé residuale e limitato nelle nostre zone.

Occorre continuare nella politica dei risparmi ,dell’utilizzo ottimale delle risorse umane interne agli enti locali ed alla rinuncia per quanto possibile alle consulenze esterne,occorre far rinviare le spese non strettamente indispensabili,privilegiare le iniziative delle istituzioni culturali rispetto alle iniziative effimere come mostre ,convegni ed altre iniziative estemporanee.

E’anche indispensabile rivedere il sistema di welfare locale ,rimodulando e riorganizzando in modo ottimale i servizi ed aprendosi ancor di più al contributo del privato ,del privato sociale e del mondo del volontariato e dell’associazionismo.

Vanno bene anche servizi scolastici od assistenziali buoni anziché ottimi ,se quella è una delle strade per preservare e mantenere i servizi stessi!

E pazienza se i nostri asili non saranno i più belli al mondo,ma solo tra i più belli!

Lo dico da laico,ma in termini di risparmiosità dobbiamo apprendere qualche cosa dagli asili della Fism e non è che lì il servizio sia da buttare ,anzi!

Prima di aumentare le tasse locali occorre verificare se c’è spazio per aumentare la compartecipazione alla spesa da parte dei fruitori di servizi .

Intendo fare l’esempio degli ottimi servizi bibliotecari e museali operanti nelle nostre realtà,che sono per lo più completamente gratuiti.

E’scandaloso in queste difficili temperie economiche proporre un modesto ticket annuale di accesso ai servizi delle nostre biblioteche od un biglietto d’ingresso ai nostri musei?

E’ scandaloso che i nostri teatri abbiano cartelloni dignitosi da piccola o media città,anziché come ancora capita da metropoli o grande città?

E’una scorciatoia illusoria pensare di risolvere il problema delle liste d’attesa alle case protette introducendo tra i criteri d’accesso il reddito degli anziani e dei loro familiari ed in ciò andando contro uno storico e giusto criterio universalistico d’accesso ai servizi sociali e sanitari.

Il reddito Isee deve servire per determinare e differenziare le rette ,non come criterio d’accesso ai servizi sociali e sanitari !

E’invece necessario cercare di ridurre le liste alle residenze protette,anche con una nuova casa protetta pubblico-privata da realizzare nel nostro territorio.

In relazione al fatto che dei circa 40 milioni di euro destinati nel comune capoluogo al sistema di welfare per minori,anziani e cittadini portatori di handicaps circa un quarto derivano dagli utili delle Farmacie comunali Riunite,è preoccupante che si voglia in pratica rinunciare ai proventi derivanti dai magazzini all’ingrosso delle stesse gloriose F.C.R.,volute non a caso dai sindaci socialisti.

Senza il contributo di F.C.R. lo stato sociale reggiano rischia concretamente di naufragare.

Naturalmente anche nel campo dell’assistenza occorre aprire maggiormente al privato,al privato sociale ed al volontariato e mettere mano ulteriormente alle riorganizzazioni delle aziende di servizio alle persone - ASP,di cui deve essere migliorata la legge istitutiva.

Tra le altre cose non ha senso che le Asp paghino l’Irap!

Come sottolineato nel recente incontro “verso un patto per il welfare”promosso dal Comune di Reggio occorre progettare le soluzioni più efficaci per potenziare il welfare di comunità inteso come modello organizzativo capace di leggere e dare risposta alla domanda sociale generando risposte flessibili,innovative ed efficienti e mettendo a sistema tutte le risorse del territorio,formali ed informali,economiche e no profit.

Il pubblico anche attraverso incentivi reali può favorire il rafforzamento sul mercato dei servizi di imprese sociali capaci di intercettare le nuove domande sociali ed offrire,a condizioni accessibili di prezzo per le nuove famiglie,nuovi servizi meno rigidi di quelli tradizionali,ma altrettanto organizzati.

In conclusione credo che come socialisti dobbiamo ribadire la necessità assoluta di cambiare norme paralizzanti ed antisviluppo come l’attuale patto di stabilità vigente per gli enti locali ed il falso federalismo insito nella logica dei tagli eccessivi soprattutto in direzione del welfare,ma anche la necessità di politiche di bilancio pubbliche sobrie ed innovative,rilanciando un maggior rapporto con il privato,per continuare a garantire in senso universalistico e con la compartecipazione del cittadino,il sistema complessivo di stato sociale.

 

 

“Un più forte impegno dei socialisti per lo sport in Emilia Romagna”

Intervento:

di William Reverberi, Presidente CONI Emilia Romagna

 

Nel campo delle trasformazioni sociali lo sport ha giocato, così come affermato dalla nuova Costituzione Europea, un ruolo importante.

Siamo in presenza di un  fenomeno che riguarda un sempre più elevato numero di persone che praticano, ai diversi livelli, l’attività sportiva.

Una realtà fortemente significativa che impone a tutti, istituzioni sportive ed Enti Locali, di porsi in posizione di ascolto nell’impegno di saper dare concrete risposte ai bisogni di tutti i cittadini.

C’è lo sport che suscita tante passioni e muove grandi interessi; c’è lo sport organizzato, strutturato in discipline e categorie, ma c’è anche lo sport dei cittadini, l’attività motoria, quella che contribuisce alla formazione dei nostri figli, agevolando un’efficace promozione del benessere e di prevenzione dei problemi legati alla salute, costruendo nuovi ed articolati legami sociali.

La pratica sportiva è oggi un diritto di tutti i cittadini, un fenomeno che  coinvolge a vario titolo una parte importante della popolazione della nostra Regione verso il quale la classe politica non sempre ha saputo coglierne le potenzialità educative.

Lo Sport può rappresentare una occasione per tornare vicino alla gente, una grande opportunità di promozione di stili di vita sani, così come ci viene ricordato da tutte le agenzie sanitarie da quelle locali fino all’Organizzazione Mondiale della sanità.

                A livello nazionale, l’Istat rileva che su 100 abitanti 40 sono sedentari, 30 fanno attività occasionale e dei 30 che fanno attività continuativa meno della metà fa riferimento ad organizzazioni sportive.

Il Ministero della salute segnala che su un campione di terza elementare ogni cento bambini 24 sono sovrappeso e 12 sono obesi. Non è un caso  che la sedentarietà è affrontata con un allarme crescente da tutte le organizzazioni che si occupano della salute dei cittadini.

Quindi occorre riportare il centro dell’attenzione verso quella che già oggi è la maggioranza di coloro che praticano una qualunque attività motoria - sportiva e verso quella ampia parte sedentaria che dovrebbe essere educata al movimento e  messa in condizione di svolgere attività sportiva ai diversi livelli.

E’ indispensabile garantire gli spazi e le risorse necessarie per la corretta crescita di una pratica sportiva capace di riscoprire ed esaltare  il valore sociale, educativo, di promozione del benessere e di prevenzione socio sanitaria, attraverso il sostegno ad un’associazionismo sportivo che nella nostra regione rappresenta una realtà alla quale troppo spesso si è delegata la responsabilità di essere  polo di integrazione e coesione sociale. 

L’attività motoria e sportiva deve essere messa nelle condizioni di non rappresentare un affare privato che grava sulle famiglie ma un vero e proprio diritto di cittadinanza meritevole di politiche e di interventi pubblici da inserire a pieno titolo nell’ambito di un moderno sistema di welfare.

Lo sport dei cittadini può rendere più efficace :

·         la prevenzione sanitaria

·         il contrasto al disagio sociale

può

-    dare contenuto ai progetti di uso delle aree verdi urbane e delle riserve naturali

 -    influenzare la riqualificazione delle città

-       incoraggiare un turismo responsabile e attento alle risorse del territorio

-       promuovere innovazione nella progettazione e nella gestione dell’impiantistica sportiva.

Per queste ragioni diventano centrali le politiche che gli Enti Locali e le Forze Politiche sapranno, in stretta sinergia con le rappresentanze del movimento sportivo, mettere in campo per  valorizzare le diverse forme di partecipazione che lo sport esprime e per sviluppare sensibilità ed attenzioni verso l’associazionismo sportivo ed  il  volontariato che le sostiene.

 Il sistema pubblico nella nostra Regione è stato in passato uno dei protagonisti di una grande esperienza che ha prodotto una realtà sportiva molto avanzata per qualità e quantità di impianti, per numero di praticanti, per la forza e le caratteristiche dell’associazionismo e delle esperienze del volontariato.

La società emiliano-romagnola ha di fronte alcune grandi sfide come l’integrazione,la solidarietà,la coesione sociale, la partecipazione ed il coinvolgimento sempre più diretto alla gestione della cosa pubblica.

Ma si dovrà investire maggiormente in progettualità tese a favorire lo sport giovanile e dilettantistico con particolare attenzione alla qualificazione degli assetti urbani, alla realizzazione di impianti polivalenti, al coinvolgimento del capitale privato ed al sostegno della Società Sportive.

Come socialisti dobbiamo essere in grado di fare scaturire una proposta al Presidente Vasco Errani , all’ Assemblea Legislativa della nostra Regione, alle Forze Politiche chiamate a governare le nostre Comunità affinché venga indetta una "Conferenza Regionale dello Sport " che si ponga come obiettivo di :

Ø  Dare vita ad un patto che riconosca il ruolo essenziale svolto da Comitati Provinciali CONI dell’Emilia - Romagna per lo sviluppo della pratica sportiva inserendo a pieno titolo le articolazioni territoriali del CONI, del CIP , delle Federazioni Sportive e degli Enti di Promozione Sportiva nell’area dell’Associazionismo di Promozione Sociale.          

Ø  Orientare il complesso delle politiche motorie e sportive a supporto:

-          dello Sport Dilettantistico nelle sue diverse espressioni: sociale - formativa e di prestazione

-          dello Sport Scolastico

-          dell'attività dei Disabili

-          dello Sport per Tutti

Ø  Riaffermare il ruolo sociale e formativo anche dello sport agonistico e delle attività di promozione ad esso connesse.

Ø  Sostenere l’azione delle società ed associazioni sportive dilettantistiche e la “politica dei servizi” proposta dal CONI- dalle FSN - dal CIP e dagli EPS.

Ø  Individuare forme agevolate di finanziamento per la costruzione e la riqualificazione degli impianti sportivi.

Ø  Rivisitare l'intera risposta pubblica nei confronti dello sport, compresa la legislazione e gli interventi finanziari della Regione.

Ø  Promuovere, d'intesa con le rappresentanze sindacali dei lavoratori e dell'imprenditoria, un progetto “Sport e Lavoro”.

Come socialisti dobbiamo essere primi attori nel dare vita a livello territoriale a nuove Entità di Riferimento Politico quali naturali interfaccia istituzionali dell’Associazionismo Sportivo  al fine di creare le basi per una riforma sportiva che al federalismo istituzionale associ il federalismo sportivo.

Un percorso per giungere alla definizione di politiche sportive territoriali che coniughino l’autonomia con la coesione, attraverso il coinvolgimento del CONI, del CIP, degli Enti di Promozione Sportiva ,della Scuola e gli Assessorati: allo Sport, alla Sanità, al Turismo, all'Istruzione ed alle Politiche Sociali.

 

 

“Scuola e formazione: dialogo in corso”

Intervento:

di Emanuela Rocco, Direttore Centro Formazione Professionale A. Simoni

 

Il titolo della mia relazione deriva da un convegno che si è svolto il 6 ottobre in occasione del quarantennale del Centro di formazione „A.Simonini“ e anzi, ringrazio quanti di voi vi hanno preso parte.

Il convegno al quale oltre a esponenti politici locali, tra cui anche Rita, ha partecipato anche l’assessore regionale alla scuola e formazione Patrizio Bianchi, ha rappresentato un momento di riflessione sul nuovo sistema dell’istruzione e formazione professionale che è stato caratterizzato da un’importante legge di riforma lo scorso giugno, la legge 5 definendo il nuovo sistema di Istruzione e Formazione Professionale. Riforma che ripercorrendo i principi di un’altra legge, la legge Bastico, ribadisce sicuramente il ruolo della formazione professionale ponendolo al centro del sistema di istruzione ed educazione dei giovani, mantenendo l’obbligo di iscrizione ad un primo anno di scuola superiore prima di accedere al percorso professionale, a differenza di quanto avviene in altre regioni che hanno invece reso paralleli i due percorsi. Questo  da un lato ha rinforzato il binomio scuola enti di formazione ma mantiene  notevoli problematicità di dispersione scolastica, aspetto  che rappresenta uno dei maggiori problemi del sistema educativo del nostro paese: in Italia vi sono, infatti,  oltre due milioni di studenti che, di fatto, „scompaiono“ dal sistema scolastico e di cui si perdono le tracce, persone che sicuramente trovano enormi difficoltà a inserirsi nel mercato del lavoro poichè senza alcuna qualifica e che, nel caso in cui trovino un lavoro si tratta di un’attività fortemente dequalificata che nella maggior parte dei casi va ad ingrossare quella componente di lavoro nero che, anche nella ns provincia è comunque presente. Per non parlare poi i dei problemi di disagio giovanile che caratterizzano molti dei ragazzi che frequentano questi percorsi (giovani che arrivano clandestini in Italia senza famiglie e vivono in comunità, giovani appartenenti a nuclei familiari seguiti dai servizi sociali, ragazzo etiope).  Dico questo perchè, a partire dalla dispersione scolastica che sicuramente non è solo un fenomeno italiano e la stessa unione europea ha posto questo tema con l’obiettivo della riduzione in molti altri paesi membri, credo in Italia si debba lavorare molto.

Perchè in Italia abbiamo numeri così elevati?

Pensate che nel mio centro giungono giovani con insuccessi scolastici che annoverano anche tre o quattro bocciature, questo sia per mancanza o scarsa efficacia di percorsi di orientamento, sia perchè la formazione professionale è ancora considerata, contrariamente a quanto avviene in altri paesi,  l‘ ultima spiaggia del curriculum educativo,  spingendo così ad una forte spinta all’iscrizione a licei ed istituti tecnici, direzione che inevitabilmente porta molti giovani ad insuccessi scolastici ripetuti. Giovani che già a sedici anni hanno perso praticamente tre anni di scuola.

Il rischio, o meglio la realt,à è che oggi ci si trova in un sistema balcanizzato con un numero sovradimensionato di laureati, soprattutto in alcune discipline, e un numero elevato di lavoratori despecializzati e dequalificati di cui le imprese non hanno bisogno o, al limite ne fanno un utilizzo „usa e getta“; soggetti che, in fase di recessione, sono i primi a perdere il lavoro con nessuna probabilità di ritrovarne un altro.

E‘ allora necessario lavorare ed impegnarsi per  :

Creare di reti tra istituzioni, scuole enti di formazione, rete che ancora troppo è a legame debole (non si può lasciare alla scuola il compito di verificare dove finiscono alunni iscritti ma di fatto „non pervenuti“. E‘ necessario attivare sistemi di monitoraggio e verifica di tutti questi casi.

Ribadire il ruolo educativo e sociale della formazione professionale, non intesa come sorellastre della scuola e dell’università. Pensate che dopo una battaglia di un anno abbiamo fatto capire alla provincia che al salone dell’orientamento che si svolge a gennaio non potevano essere presenti solo le scuole ma anche gli enti. 

In momenti di crisi economica la difficolta di incontro tra offerta e domanda del lavoro è reso ancor più difficile da un sistema imprenditoriale, soprattutto delle micro, piccole e medie imprese che:

1. non investe o cessa di investire in formazione perchè „la formazione costa e, anche quando è finanziata sottrae tempo ai lavoratori“.

2. non è in grado di operare efficaci sistemi di selezione riconoscendo competenze ed esperienze del potenziale candidato il quale, a sua volta, ha grandi difficiolta a rendersi atrattivo sul mercato del lavoro.   Questa conduce ad un sistema di reclutamento del personale mordi e fuggi, nel quale l'impresa non ha strategie di sviluppo delle persone e i lavoratori sono in balia assoluta degli andamenti del mercato, vengono presi spesso in nero e quando il bisogno contingente cessa vengono lasciati a casa.

Anche i centri per l'impiego (gli ex uffici di collocamento) hanno avuto difficoltà a svolgere un'azione efficace nel collocamento o ricollocamento die lavoratori ed in particolare dei giovani perchè di fatto non fanno rete con il sistema imprenditoriale.

Ultimo elemento debole del sistema è quello delle famiglie, ma qui si entra su una riflessione socio-culturale estremamenete complessa che, inevitabilmente richiama in causa anche il degrado di valori del ns paese e la completa perdita di punti di riferimento per cui è meglio è un invito anche a  far loro comprendere che il nostro paese cresce sul sapere ma anche sul saper fare e formazione significa proprio questo „apprendimento attivo“ e non ultima spiaggia prima del vuoto. Si legge ormai ovunque che oggi i giovani appartengono alle fasce della nuova povertà magari perchè preferiscono fare il precario ad un call center che l’idraulico .

L'idea alla quale sto lavorando anche come centro è quella di arrivare alla creazione di un „dossier delle competenze certificato“ che segue il lavoratore lungo tutto il proprio percorso di vita e che consentirebbe di rendere spendibili sia percorsi formativi formali che informali, garantiti da appositi percorsi di ceritifcazione che rappresenterebbero un proprio marchio di qualità delle competemze, volontario ma riconosciuto, almeno in sede locale.

Questo potrebbe rivitalizzare un mercato del lavoro ancora più in crisi per mancanza di raccordo e di sistemi che parlano tra loro perchè non dobbiamo dimenticare che non avere lavoro significa non avere diritti, non avere conoscenza significa non avere futuro.

 

 

Intervento:

di Giuseppe Rossi

 

L’evoluzione di una grave e complessa crisi economica e finanziaria ha innescato, nel contesto della globalizzazione, un processo progressivo di effetti negativi che hanno coinvolto le economie e di conseguenza i mercati globali, con impatti dirompenti sui sistemi industriali , sulle singole realtà produttive e quindi sul mondo del lavoro nel suo complesso, producendo effetti devastanti intermini di occupazione e di impatto sociale.

E’ pertanto doveroso  che un partito come il Psi con la sua storia, le sue tradizioni e la sua cultura di riformismo e solidarietà torni a parlare di lavoro, occupazione, sviluppo industriale. Tornarne a parlare non certo con lo sguardo rivolto solo al passato, ma con la consapevolezza che il mondo è cambiato, che le realtà e le sfide sono diverse, che le vecchie parole d’ordine a volte divengono inutile retorica di fronte alle problematiche sul campo.

Lo sviluppo del sistema industriale, l’occupazione, la produttività e la competitività, il ruolo del sindacato in un contesto di partecipazione e confronto e non solo di antagonismo, il sistema delle riforme, la volontà di perseguire  la strada di un moderno modello dell’organizzazione  del mercato del lavoro tracciato e mai completato dal compianto Biagi, sono e dovrebbero essere  il terreno naturale di confronto e di proposta per un partito riformista come il nostro, averlo per troppo tempo trascurato è stato certamente un grave errore.

Avere però il coraggio di riproporlo in un momento così difficile è certamente meritevole e significativo, a condizione che non rimanga sui verbali di un congresso ma diventi  una delle condizioni per esistere. Lo dobbiamo non solo a noi stessi ed al nostro passato, ma soprattutto per le nuove generazioni alle quali si prospetta un futuro in  un mondo irto di difficoltà, di disagi e di scarse prospettive.

La crisi ha acuito il disagio dei giovani nel mondo del lavoro, tra di loro la riduzione negli ultimi due anni della quota occupati è stata quasi sette volte quella osservata tra i più anziani. Soprattutto perché i contratti a termine sono più diffusi tra di loro.

E’ utile ricordare che due terzi dei giovani ha un contratto atipico e che da quindici anni subisce salari di ingresso bassi, mentre una persona su tre sotto i 24 anni oggi è senza lavoro, tra di loro operai, impiegati ma soprattutto diplomati e laureati, quelli che dovranno o dovrebbero divenire la futura classe dirigente del paese.

La scelta del governo di rifinanziare gli ammortizzatori sociali e concederli in deroga per alcune categorie che non potevano usufruirne ha certamente favorito la tutela dei lavoratori  comunque con contratto stabile; ma i lavoratori con contratti atipici o con contratti a tempo, che  dispongono di scarse forme di sussidio od addirittura nulla,  si sono caricati tutto il peso della recessione assorbendo l’ottanta per cento della disoccupazione.

Ci sono in Italia circa 5 milioni di precari, di cui quasi  2 milioni over 40 anni, e migliaia sono a Reggio. Persone e giovani che non hanno futuro  e prospettive certe, che non riescono ad organizzare la loro vita.

Cominciamo noi quindi a proporre modelli di rapporti di lavoro diversi, sia per quanto riguarda l’entrata che l’uscita dalle imprese,  che da un lato favoriscano le assunzioni  e le prospettive dei lavoratori e dall’altro  tutelino le imprese  da atteggiamenti scorretti e dannosi, tipo l’assenteismo.(quello vero)

Ribadiamo che, in un contesto di necessaria flessibilità del lavoro, il lavoro temporaneo  deve costare alle aziende più di quello a tempo indeterminato.

Che  esista comunque  una continuità  reddituale  anche nella disoccupazione  che consenta   un minimo di vita dignitosa ed un minimo di versamenti contributivi a chi momentaneamente è senza lavoro, certamente con dei vincoli per chi la percepisce.

(obbligo lavori socialmente utili- accettazione impieghi differenti, formazione e riqualificazione per i lavoratori  espulsi ad età avanzata ecc.).

Battiamoci davvero perché il nostro paese investa nella scuola, nella ricerca, nello sviluppo, nel lavoro, una direzione che è certamente diversa da quella della manovra finanziaria, intervento necessario ma non equo, insufficiente e non determinante per una necessaria prospettiva di crescita e sviluppo futuro.

La realtà della nostra provincia dopo  tre anni circa di crisi economica, finanziaria e dei mercati mostra sicuramente il segno della situazione, anche se in misura e modi diversi da altre realtà ben più gravi.

Una realtà sociale caratterizzata da un crescente livello di “povertà’” o comunque di indebitamento delle famiglie, già presente anche nel ceto medio, una realtà dove il modello produttivo caratterizzato principalmente dalle piccole aziende od imprese artigiane è messo a dura prova e mostra significativi cedimenti.

Le aziende più significative dei settori industriali, per far fronte ai cali produttivi, hanno richiamato  in azienda lavorazioni fino ad ora affidate  all’esterno con conseguente calo o mancanza di lavoro nell’indotto locale, allungato i pagamenti ai fornitori  determinando, unitamente alle difficoltà di reperimento del credito, chiusure di molte imprese individuali o di piccolo artigianato

La grande industria (per noi quelle da 1000 a non più di 2.000 lavoratori) ha cercato con difficoltà di affrontare la crisi, abbattendo i costi, creando sinergie attraverso  fusioni ed accorpamento di marchi e funzioni, ricercando nuovi mercati ed investendo sulle produzioni.

Abbiamo anche visto alcuni importanti buoni risultati nei settori della meccatronica, oleodinamica, chimica ed alimentare. Tutto questo però  caratterizzato da alcuni significativi episodi di delocalizzazione delle produzioni e da una riduzione strutturale dell’occupazione anche se in misura  non drammatica.

In questi tre anni sono state utilizzate centinaia di migliaia di ore di CIGO- CIGS –normale od in deroga, soprattutto nel settore metalmeccanico, nell’industria ceramica e chimica. 

Nel 2011 assistiamo ad un evidente calo di ore  degli ammortizzatori sociali nel confronto dell’anno precedente. La cassa integrazione normale od in deroga passa complessivamente da ore 7.944.000 ore Gennaio/Maggio 2010 a   3.648.000 ore nell’equivalente periodo 2011.

Oggi però stanno esaurendosi in molte realtà tali ammortizzatori sociali e si evidenziano  le conseguenze delle ristrutturazioni produttive in termini di esuberi , che si aggiungono ai lavoratori espulsi dal mondo produttivo con le chiusure di artigiani o piccolissime realtà passate in silenzio ma che coinvolgono miglia di persone.

Crescono progressivamente quindi le persone in mobilità, 4.800  a fine 2010, in un contesto di crescita complessiva della disoccupazione  che si attesta, come iscritti al collocamento nella provincia, alla data 30. Giugno 2011 a 23.110 persone (di cui 6.800 stranieri)

Sono state messe in campo dalle istituzioni alcune iniziative tra cui il protocollo con le banche per l’anticipazione della Cig ai lavoratori con bassi redditi, il piano straordinario  per gli interventi formativi, lo start-up imprese, attraverso la camera di commercio e con l’utilizzo di Confidi il possibile ricorso al credito agevolato per le imprese.

La sensazione però è di interventi apprezzabili ma non sufficienti non sempre coordinati ed efficaci e soprattutto si nota la mancanza di una vera cabina di regia che metta insieme i vari soggetti interessati e determini sinergie, indirizzi e scelte di politica economica, favorisca gli investimenti sulla ricerca  e realizzi  iniziative concrete.

Una politica tesa a superare, almeno in parte, il sistema produttivo del modello emiliano  ormai in buona parte debole ed insufficiente ad affrontare le nuove sfide.

Occorre un  sistema creditizio più puntuale e finalizzato a sostenere l’economia provinciale ed una collaborazione vera e concreta tra le varie parti in causa, dalla politica alle  istituzioni, dalle imprese al mondo sindacale.

Nel movimento sindacale è presente una crisi che forse ha compromesso per sempre la possibilità di unità sindacale, che in effetti forse non c’è mai stata e mai effettivamente voluta. Ci sono visioni spesso divergenti sul ruolo ed il modo di fare sindacato, ad onor del vero più che tra le tre sigle maggior CGIL-Cisl-UIL, tra una maggioranza  riformista e gruppi o categorie che ancora credono nell’antagonismo come  sistema alla base delle relazioni industriali.

Gruppi o categorie che però riescono a condizionare le rispettive confederazioni. In tutti i casi da questa crisi ci si esce solo con il contributo di tutti e determinando un fondamentale processo di coesione sociale nel paese.

Le relazioni sindacali ed industriali nella provincia da un canto subiscono l’influsso della situazione nazionale quando si discute su problematiche nazionali, dall’altro mantengono un sufficiente livello di confronto e di unità operativa quando si affrontano problematiche all’interno delle imprese. 

Le difficoltà vere sono nei rapporti tra i sindacati metalmeccanici, settore più importante nell’industria con  più di quarantamila addetti senza contare gli artigiani.

Basta ricordare che nel Paese si sono firmati unitariamente trentanove contratti con le nuove regole, mentre nei metalmeccanici non si è riusciti a fare il CCNL unitario.

Il ruolo delle associazioni imprenditoriali è della disponibilità al confronto, del rispetto degli accordi, ma che comunque lascia alle aziende la libertà di politiche e di relazioni industriali a seconda degli interessi del momento.

Partecipano a diverse iniziative comuni di verifica e di individuazione di problematiche ma probabilmente più per necessità di mantenere rapporti con le istituzioni che per convinzione di effettiva partecipazione. Non esiste concreta e costante collaborazione tra le varie sigle di rappresentanza delle imprese, significativo è il fallimento del tentativo di unificazione tra Confindustria e API.

In questo contesto possiamo, nonostante le nostre esigue forze e la non presenza in parlamento, avere ancora un ruolo nel contesto sociale nazionale e della provincia di Reggio?

Personalmente credo di sì e che comunque lo si debba fare, caratterizzandoci  sulle proposte , l’originalità delle iniziative, la puntualità di intervento sui fatti più importanti,  in un confronto con il mondo sindacale senza che  si debba appoggiare una sigla od un’altra, ma certamente con più facilità e coerenza a condividere azioni e percorsi con chi si muove in un’ottica riformista e comunque operare per favorire momenti concreti di unità sindacale.

 

 

 

 

 

05/02/2012

Duri attacchi e insulti al Compagno Mauro Del Bue

PARTITO SOCIALISTA ITALIANO

                            Federazione Provinciale di Reggio Emilia

 

 

 

I duri attacchi e gli insulti nei confronti del Compagno Mauro Del Bue a causa della sua partecipazione al convegno promosso, nei giorni scorsi, a Vetto, per la presentazione di un libro dello storico Luca Tadolini colpiscono per l'arretratezza culturale ed il settarismo che li connotano. Se ne coglie il disprezzo per il libero e pacifico confronto delle idee, laddove non gradito. La possibilità di confronto a 360 gradi costituisce un pilastro di ogni consorzio umano degno di essere qualificato civile, informato ai principi di libertà, tolleranza e reciproco rispetto.

Questi  principi, negati dal regime fascista, tuttora, a distanza di molti decenni dalla caduta del regime, giustificano pienamente che l'antifascismo (così come la negazione assoluta di ogni altra forma di totalitarismo) costituisca un valore fondante della Ns. Repubblica.

Gli stessi principi, tuttavia, se correttamente interpretati, inducono ad esprimere riprovazione per gli attacchi inconsulti al Compagno Del Bue, il quale avrebbe avuto l'unico torto di essersi confrontato (con acume e approfondimento storico) con un intellettuale di destra di cui, certamente, con condividiamo le posizioni ideologhe, ma che non può essere considerato un appestato.

Riteniamo che il libero (ed intelligente, quando si può) confronto delle idee debba poter coinvolgere chiunque e che, in generale, grazie ad un civile confronto, possa prevenirsi quel clima d'odio e di intolleranza che, storicamente, spesso, ha portato gli esseri umani a compiere barbarie di ogni tipo.

Tal'è la lezione da trarsi dallo spirito che ha animato il Movimento di Liberazione antifascista nelle sue componenti largamente maggioritarie e autenticamente democratiche.

La Segreteria della Federazione Provinciale del P.S.I

 

Reggio Emilia 25/01/12

 

 

 

STUPRO Inaccettabile la sentenza n. 4377/12

STUPRO

Inaccettabile la sentenza n. 4377/12 della terza sessione della Corte di Cassazione: ora per uno stupro si rischia di meno, un’offesa alle donne ed a tutte le vittime di violenza sessuale

La terza sezione penale della Corte di Cassazione, con la sentenza n. 4377/12 ha stabilito che i principi interpretativi che la Corte Costituzionale ha fissato per i reati di violenza sessuale e atti sessuali su minorenni sono applicabili anche alla violenza sessuale di gruppo. Questo significa che il giudice non è più obbligato a disporre od a mantenere la custodia in carcere per coloro che sono indagati per il reato di violenza di gruppo, ma può applicare anche misure cautelari alternative.

La Cassazione ha annullato un'ordinanza del Tribunale del riesame di Roma che aveva confermato il carcere - ritenendo che fosse l’unica misura cautelare applicabile - per due giovani accusati di violenza sessuale di gruppo nei confronti di una ragazza del Frusinate.

Siamo di fronte ad una sentenza che definire aberrante è poco” afferma Rita Moriconi, Consigliere Regionale e Responsabile regionale Donne e Pari Opportunità per il partito socialista. “E’ davvero paradossale constatare che, dopo che il parlamento, nel 2009, ha approvato una legge che giustamente ha inasprito le pene ed ha impedito al giudice di applicare, per quanto riguarda le violenze sui minorenni, misure cautelari diverse dalla custodia in carcere proprio in seguito all’impressionante aumento delle violenze nei confronti delle donne, ora la Corte di Cassazione ha cancellato questa norma e, per uno stupro di gruppo, si arriva addirittura a rischiare di meno”.

Lo stupro, in tutte le sue forme, è certamente uno dei crimini più odiosi ” - continua Rita Moriconi – “ed è ancora più odioso quando si tratta di minorenni e questa sentenza diminuisce sensibilmente il senso di tutela che, a mio pare, lo Stato deve garantire a chi ha subito questa terribile forma di violenza, che assume connotazioni ancora più gravi quando è di gruppo. Mi unisco fin da ora a tutti coloro che faranno sentire forte la loro voce contro una sentenza che ci offende come donne, come madri e come cittadine”.

Rita Moriconi invita quindi tutte le donne a far sentire la propria voce su questo tema, inviando il seguente messaggio alla Corte di Cassazione all’indirizzo (www.cortedicassazione.it): 

“Alla terza sezione della Corte di Cassazione.

La sentenza n. 4377/12 che prevede misure cautelari alternative per gli autori di stupri di gruppo ci indigna, ci offende e ci preoccupa per le conseguenze che può avere. Vi invitiamo a fare chiarezza affinché lo stupro di gruppo e la violenza sulle donne, soprattutto minorenni, continuino a essere considerati e giudicati come reati terribili e disumani quali sono. Vogliamo tutelare l'integrità fisica e psicologica delle nostre figlie.”